Archivio della Categoria ‘Giardinaggio’


petra olendri200 Petra: in mezzo al deserto una città di acqua e fioriChi visita l’antichissima città di Petra in Giordania si stupisce per le sfumature rosse e rosa della pietra arenaria in cui la città è scolpita. Degli incredibili colori dell’alba e del tramonto sulle pareti e tra i canyon. Ma non è preparato a vedere fiori in mezzo al deserto. Eppure è proprio quello che gli antichi abitanti, i Nabatei, erano riusciti ad ottenere. E non parliamo solo degli stupendi cespugli di oleandri rosa che ancora oggi punteggiano il percorso verso “la città di pietra”. Grazie ad una grande perizia nell’arte idraulica e ingegneristica, questo popolo di nomadi, che aveva scelto quel sabbioso angolo tra le rocce a strapiombo come propria capitale, ha creato più di duemila anni fa una delle opere più particolari che si possano trovare nella storia del Medio-Oriente.

Dovendo nutrire un gran numero di persone, i Nabatei infatti non potevano certo dipendere solo da scorribande per illoro cibo: era necessario produrre cereali e verdure seminando e arando i campi. Ma in pieno deserto, come fare a coltivare con pochissima pioggia? E qui sta il miracolo: scavarono una complessa rete di canali all’interno delle altissime pareti di roccia che terminavano in numerose vasche di raccolta. Lì si conservava l’acqua piovana, che in questo modo, grazie ad una sapiente distribuzione dei canali, poteva abbeverare campi e persino giardini in pieno deserto. Questa tecnica è interessante ancora adesso: può infatti suggerire modalità con cui risparmiare e utilizzare l’acqua in modo proficuo, un tema di grande attualità in tempi di risparmio energetico e sfruttamento oculato delle risorse naturali.

Ps. State pensando che vi piacerebbe vedere la città di Petra? Puoi vincere una settimana in Giordania con il concorso di Tgcom24: info su www.visitjordan.tgcom24.it

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Ultima modifica mercoledì, 25 gennaio 2012 11:15

carote tonde500 Cosa seminare a gennaio in vaso? Carote rotonde!

Orto sul terrazzo, orto sul balcone: se ne parla tanto ma poi, passare al concreto, ci troviamo a chiederci: “Ok, voglio provare ma… da dove comincio?” Per noi gente di città, l’0rto non è materia immediata e meno ancora lo sono le operazioni che un tradizionale orto in terra richiede. Negli appartamenti si dispone di spazi diversi e piccoli, per giunta. Ma sta a noi considerare questo dato di fatto come un ostacolo o come un’opportunità! Per esempio, il pianerottolo è un’area protetta che può essere utile per i novelli ortobalconauti urbani: può ospitare un paio di vasi che lì in casa proprio non ci stanno. Un’idea per seminare qualcosa adesso mentre fuori fa ancora troppo freddo? Le carote! Magari scegliendo quelle con la radice corta e arrotondata

Ebbene sì, le carote rotonde o carote corte esistono, anche se non le vediamo al super: i semi si trovano in vendita nei garden o nei vivai. Sono normalissime carote in cui però la radice, che è quella che ci mangiamo, non si allunga ma si sviluppa prendendo la forma di una trottola. Curiose, no? La cosa interessante è che queste varietà (per esempio la ’Pariser’, la Tonda di Parigi) si prestano molto meglio alla coltivazione in vaso di quelle tradizionali: la forma della radice infatti le rende perfette per terreni pesanti ma anche, e questo ci interessa di più, per i vasi non enormi di cui di solito disponiamo sul balcone o sul terrazzo. Ricordiamoci infatti che la carota di sviluppa sottoterra, quindi più è lunga, più ci serve un vaso profondo perché possa crescere bene. Il problema si risolve con queste carote corte: e sicuramente stupirete gli amici offrendo questi ortaggi auto-prodotti così particolari! E poi possiamo seminare le carote in vaso anche adesso con comodo in casa, al calduccio icon wink Cosa seminare a gennaio in vaso? Carote rotonde!

carote tonde semi200 Cosa seminare a gennaio in vaso? Carote rotonde!Le varietà precoci di carota si seminano ora in un posto fresco, illuminato ma riparato (tra i 10 e i 15 gradi) dal gelo più intenso. Usate un vaso con una superficie un pò ampia. Riempite con terriccio universale mischiato a stallatico (si vende in sacchi nei vivai) e ad un pugno di sabbia (il drenaggio è importante): eliminate i sassi, se ce ne sono. Poi create dei piccoli buchi, distanziati di 4 o 5 centimetri, con una matita e inserite 2 o 3 piccoli semi dentro ogni cavità. Bagnate bene e lasciate il vaso esposto alla luce. Mantenete il terriccio umido (non fradicio, è questo il segreto per farle nascere!) e nel giro di alcune settimane vedrete spuntare le piantine, che hanno peraltro una vegetazione a ciuffi molto decorativa. Rincalzate la terra intorno alla radice se vedete che si scopre in superficie. Selezionate le più vigorose ed eliminate quelle più fragili, possibilmente senza disturbare troppo le piantine. In genere i trapianti sono sconsigliati. Verso marzo, quando il gelo è meno severo ma fa ancora freddo, portate il vaso fuori esponendolo al sole. Le carote maturano in circa 60-90 giorni: scoprite un pò la radice e quando è abbastanza ingrossata, estirpate la pianta, pulitela e …gustatela!

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Ultima modifica mercoledì, 25 gennaio 2012 11:15

foresta liane500 Da una liana amazzonica si estrae la droga di Dio

In molti Paesi occidentali è proibita, ma in Perù l’esperienza con l’Ayahuasca, detta Droga di Dio, si sta trasformando in un vero e proprio business e persino in un motore per la salvaguardia della foresta e dei popoli indigeni dell’Amazzonia. Così, mentre nella selva di Iquitos aumentano gli arrivi di turisti da Europa e Stati Uniti in cerca di illuminazioni mistiche ed avventure psicotrope, nei villaggi indigeni fioriscono offerte a buon mercato e pacchetti all-inclusive, nel segno dell’ayahuasca, estratto vegetale ottenuto bollendo liane della specie Banisteriopsis. L’Ayahuasca è da sempre utilizzato dagli sciamani e dai curanderi amazzonici e della cordigliera delle Ande per i riti di visione e comunicazione col divino.


COME FUNZIONA LA DROGA DI DIO
L’Ayahuasca contiene ‘dimetiltriptamina’, un allucinogeno che ingerito sotto forma di bevanda può restare in circolo nel corpo umano per due o tre ore. Nelle zone dell’Amazzonia peruviana più battute dal turismo, ormai da anni non è raro incontrare cartelli che invitano a provare gli effetti della sostanza, che in lingua ”quechua” significa ”corda col morto”, dato che secondo i popoli nativi, l’Ayahuasca permette allo spirito di uscire dal corpo senza che questo muoia.

IL TEMPIO DELLA STRADA VERSO LA LUCE
Fino ad ora bastavano cinque euro e un colloquio prima dell’assunzione della bevanda, per escludere malattie mentali gravi, o dipendenza da droga, ma a più di recente sono stati allestiti anche veri e propri centri attrezzati per una lunga permanenza e una serie di pratiche ”per favorire autoanalisi e ricerca interiore”. E’ ad esempio il caso del Temple of The Way of Light (tempio della strada verso la luce) condotto prevalentemente da guaritrici della tribù Shipibo. ”Non siamo un movimento New Age, ne’ ci ispiriamo ad alcun tipo di religione, siamo guaritrici, con un’esperienza enciclopedica delle piante della giungla”, si legge nella homepage dell’organizzazione promossa da otto ”maestre”, di cui Olivia, 80 anni, è la più anziana. ”La nostra energia femminile – spiegano – si collega a quella della Pachamama, la madre terra”.

SE LA DROGA SALVA LA GIUNGLA
Nel corso degli workshop, della durata di 12 giorni, sono previste diete, yoga, e meditazione. Mentre l’assunzione dell’ayahuasca (o Yagé) avviene nel corso di cerimonie notturne, sotto il sapiente controllo del team di curandere, che in caso di reazioni negative fanno fronte con massaggi, canti e profumi. Ma il progetto delle donne Shipibo guarda molto oltre l’ayahuasca. Olivia, Rosa, Manuela, Celestina, Ynes, Luzmilla, Maria e Sulmira coordinano infatti l’organizzazione non governativa Alianza Arkana, per la salvaguardia della selva, una Ong già vincitrice del ‘Premio ciudadania ambiental’ che per il 2012 vorrebbe costruire “un eco-village per le persone che vogliono continuare a connettersi con la saggezza sotto la guida delle piante“.

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Ultima modifica mercoledì, 25 gennaio 2012 11:15

riso pianta200 Creato il riso post tsunami che resiste allacqua salataLo tsunami del marzo 2011 ha contaminato terreni (ricordate i girasoli anti-radiazioni?) e innondato di acqua salata e fanghi oltre 20mila ettari di risaie giapponesi, rendendo impossibile coltivarle. I giapponesi allora hanno intrappreso ricerche per risolvere il problema, cercando un modo per rendere nuovamente produttive quelle risaie. E i risultati stanno arrivando.

Secondo la notizia pubblicata sulla rivista Nature Biotechnology, il gruppo di ricerca anglo-giapponese coordinato da Ryohei Terauchi dell’Iwate Biotechnology Research Centre ha sviluppato, grazie all’ingegnieria genetica, delle piante di riso in grado di adattarsi alle nuove condizioni di salinità di quei terreni.

Le piante di riso sono state ottenute grazie a un nuovo metodo chiamato Mut Map che permette di ottenere le piante con le caratteristiche desiderate in modo più veloce: per la procedura si utilizza infatti una specie usata da tempo dagli agricoltori e dunque già adattata alle condizioni locali. Si tratta di una varietà di riso molto pregiata chiamata Hitomebore, coltivata nel Nord del Giappone.

L’esperimento per creare la nuova pianta di riso “anti-sale” è stato condotto attraverso più fasi: in un primo momento, sono state create piante con mutazioni genetiche specifiche, chiamate piante mutanti che hanno le caratteristiche desiderate, per esempio seminanismo (che è correlato a chicchi più gradi e a una maggiore resa della pianta), resistenza alla siccità e al sale. La mutazione genetica è stata ottenuta trattando le piante con un agente che causa la mutazione (in questo caso etil metano sulfonato). La pianta ottenuta è stata poi incrociata con la specie selvatica della varietà Hitomebore. Dalla progenie nata dall’incrocio è stata poi prodotta, per autoimpollinazione, una seconda generazione di piante adatta alle coltivazioni post-tsunami.

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Ultima modifica mercoledì, 25 gennaio 2012 11:15

incendio alberi500 Ucciso Il Senatore, uno degli alberi più vecchi del mondo

Era il quinto albero più vecchio del mondo. Ora del ‘Senatore‘, il cipresso calvo delle Paludi (Taxodium distichum) vissuto per tremila e 500 anni che si trovava nel Big Tree Park, in Florida, resta solo un grande tronco bruciacchiato. Per gli investigatori si fa sempre più strada l’ipotesi che a distruggere l’enorme albero alto oltre cinquanta metri – che già nel 1925 era stato in parte danneggiato da un uragano – sia stato un incendio di natura dolosa.

Secondo quanto riportato dal giornale locale Orlando Sentinel, ‘il Senatore’ sarebbe bruciato per diverse ore – nella notte tra domenica scorsa e lunedì – prima che i pompieri riuscissero ad arrivare vicino alla base dell’albero per spegnere le fiamme. Ormai però era troppo tardi per salvare il vecchio cipresso, che costituiva l’attrazione principale del Big Tree Park di Longwood, a nord di Orlando.

Anche se non ci sono ancora prove a sufficienza per dimostrare che si è trattato di un reato volontario, il portavoce della Florida Division of Forestry, Mike Martin, ha detto che secondo le ricerche svolte finora pare che qualcuno abbia prima preparato una piccola pila di rami secchi e detriti alla base dell’albero, quindi abbia appiccato il fuoco. A rafforzare la pista dell’incendio doloso, secondo gli esperti, c’è anche il fatto che nella notte non ci sono stati fulmini, e vicino all’albero non passavano linee elettriche. La notizia certo lascia interdetti: come si può appiccare fuoco ad un essere vivente così maestoso e antico? Con la vigliaccheria di chi sa che la sua vittima non potrà reagire per difendersi?

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Ultima modifica mercoledì, 25 gennaio 2012 11:15

hemero latino500 Le piante non parleranno più latino?

Il Congresso Internazionale di Botanica riunitosi l’estate scorsa a Melbourne, in Australia, ha approvato a larga maggioranza l’abolizione del latino come lingua comune nella denominazione e classificazione delle piante. Motivo? Le nuove scoperte e la necessità di trovare delle terminologie più moderne. E’ un’autentica rivoluzione per il mondo botanico, che arriva dopo più di 400 anni di dominio incontrastato della lingua latina. Secondo questa decisione, che si applica però solo alle nuove specie, già dal primo gennaio del 2012, le nuove piante potranno essere “battezzate” diversamente. Dunque in quale lingua dunque parleranno le piante?

La lingua suggerita per la catalogazione delle nuove specie dovrebbe essere l’inglese ma, si è detto, con la possibilità di usare anche lingue diverse. Il conservatore del “Giardino della Minerva” a Salerno, l’orto botanico più antico d’Europa, Luciano Mauro, però, solleva dubbi: “L’uso del latino è ormai consolidato” – dice, “Non vedo la necessità di un cambiamento che mi sembra possa solo creare della confusione”. Secondo il Curatore quello della lingua da usare per dare un nome alle piante è un falso problema: la vera innovazione sarebbe adottare un metodo di classificazione che proceda mediante l’applicazione di chiavi dicotomiche.

Ecco, trascurando la distinzione tassonomica, prendo a pretesto questo spunto per una piccola riflessione. Mi sembra che sia proprio la lingua il limite più severo alla diffusione del giardinaggio ovvero l’uso di una lingua morta non solo in ambito universitario, a cui si riferisce il Curatore, ma anche in ambito popolare. Ponendosi lontano dalla quotidianità della gente comune, il latino “uccide” anche la materia, inchiodandola nell’areale di ricercatori/studiosi, con tutte le sue dottissime “h” e le sue “y”….

Del resto non utilizzare il nome botanico, tutti gli appassionati lo sanno, può indurre facilmente in errore. Sorrido al ricordo di un pezzo su Fiori&Foglie di tempo fa in cui parlavo del Solanum capsicastrum, una pianta pur comune, a cui non sono riuscita a dare un nome comprensibile in italiano senza incorrere nell’assoluto arbitrio di “Ciliegio d’Inverno” (avrò di sicuro ammazzato qualche botanico, quel giorno!). La lingua italiana infatti utilizza nomi generici che si applicano malamente ad un’infinità di specie e varietà (che aumentano di giorno in giorno), modificandosi poi ulteriormente a seconda della zona geografica. Con il risultato che una “campanella” può indicare una Campanula esattamente come un’Ipomoea e si tratta di piante completamente diverse! E finisce che le specie diventano “margherite”, “trombette”, o peggio, “fiore rosa”, “fiore giallo”…

Insomma, la lingua parlata è semplicemente… insufficiente! Se si trovasse un altro nome da affiancare a quello latino, forse il mondo delle piante e del giardinaggio verrebbe considerato meno ostico e più alla portata di tutti. E quindi diffondersi davvero come merita. Insomma, il problema è complesso e affascinante, ma forse in gioco c’è ben di più di una questione meramente scientifica. Sembra che alle piante serva proprio una lingua nuova.

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Ultima modifica mercoledì, 25 gennaio 2012 11:15

gallina in braccio500 Lultima moda da Parigi? Le galline da balcone!

A Parigi impazza la moda della gallina nana da tenere in terrazzo. Una follia? Non proprio: a pensarci bene qualche vantaggio c’è: la gallina mangia più che volentieri una quantità di rifiuti di cucina (ben 200 chili di scarti alimentari all’anno!) tra bucce e avanzi di verdure e, beh, fa le uova… Unico dubbio, come convivono i francesi con i galli? Mah! Intanto però il mercato si è già accorto di questo nuovo trend post-campagnolo ed ecco andare a ruba, in Francia, il kit del mini-pollaio fai-da-te, minimo ingombro massimo rendimento. E sono salite del 50% le vendite di pulcini nei negozi specializzati…

A quanto pare la gallina, gettonatissima quella nana a cresta bianca, può diventare quasi un animale da compagnia entusiasmando i bambini di città e gareggiando, udite udite, ad armi (quasi) pari con i beniamini classici. In Rete si cercano accessori e attrezzatura ad hoc, mentre sempre più gente si sta convincendo che dopotutto anche in spazi ristretti si può riscoprire il contatto con la natura, magari reinterpretando in chiave eco-moderna l’antica tradizione agricola! Sempre dalla Francia, in arrivo anche la “Bibbia” per il principiante: “Et si j’elevais une poule (“E se allevassi una gallina?”) di Michel Audureau, per prepararsi a dovere sull’argomento.

Una moda? L’effetto crisi? La voglia di autoproduzione? Chissà, sta di fatto che i francesi adesso vogliono una gallina nana. Perfetta come integrazione per l’orto sul balcone: quello che scarta una, nutre l’altro! Parigi dunque, dopo essersi dotata di arnie di api per il miele, avrà anche galline sui balconi, che probabilmente a questo punto moriranno di vecchiaia, non certo in brodo. Ma sappiamo già cosa ci riserva il futuro, vero? Capottini, cappellini e chissà magari anche mutandine (dopottutto bisognerà educarle al viver civile, no?), direttamente da Parigi. Ovviamente per galline! Siete pronti alla svolta?? icon wink Lultima moda da Parigi? Le galline da balcone!

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Ultima modifica mercoledì, 25 gennaio 2012 11:15

Le gesneria vengono solitamente coltivate in serra, e poi vendute da fioristi e floricoltori come piante da appartamento. La coltivazione e la propagazione sono generalmente un po’ difficili. Richiedono un ambiente ombreggiato, sono resistenti…

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Ultima modifica mercoledì, 25 gennaio 2012 11:10

Queste piante vanno messe a dimora in un substrato sabbioso e poroso. Nelle zone collinari e dove vi è pericolo di forti abbassamenti della temperatura bisogna ricoprire la porzione di terreno del colletto con materiale pacciamante. Dalla fine della…

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Ultima modifica martedì, 24 gennaio 2012 11:08

In presenza di brina, ghiaccio o neve evitare di calpestare il prato per non rompere gli steli e non soffocare l’erba. In giardino si piantano erbacee perenni come aster e arbusti come l’azalea. Potare clematidi, ortensie, glicini e…

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Ultima modifica lunedì, 23 gennaio 2012 11:06