Archivio della Categoria ‘Musica’


BruceSpringsteen Superbowl”Stai parlando con me?”. E’ considerata – per lo meno dai produttori cinematografici inglesi che hanno fatto una classifica – la miglior battuta della storia del cinema. La fece Robert De Niro in Taxi Driver allungando la pistola verso lo specchio mentre si addestrava al massacro finale. “You talkin’ to me?”. In realtà l’attore rubò quella frase a Bruce Springsteen. Così almeno rivela il sassofonista della E Street Band, Clarence Clemons, nel libro “Big Man – Storie vere e racconti credibili” edito da Arcana (prefazione di Springsteen) Sentite qui. De Niro – scrive Clemons – gli confessò di aver rubato quella battuta “di sana pianta” e gli chiese di tenere il segreto per almeno venticinque anni. In sostanza l’attore aveva seguito un concerto nel quale Springsteen fece più o meno la stessa scena, naturalmente con ben altro significato. “L’ha fatto in concerto – disse De Niro a Clemons – A un certo punto c’è il pubblico completamente in delirio, sono tutti in piedi a gridare, a chiamarlo per nome. Lui si ferma sotto la luce di un riflettore e, senza scomporsi di un millimetro, fa: ‘Ma dite a me?’. Poi si guarda intorno per assicurarsi che non ci sia nessun altro, e ripete la domanda: ‘Ma dite a me? A Me? Con chi state parlando? Dite a me? Geniale”. Comunque il libro è imperdibile per chiunque ami il Boss. E anche per chi vuole capire come è nata e che cosa è stata una delle più spettacolari carriere del rock. “La storia che ho narrato per tutta la mia vita non avrei potuto neanche raccontarla, senza Clarence”, scrive Springsteen nella prefazione. E, credeteci, dal libro si capisce perché.

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Ultima modifica lunedì, 8 marzo 2010 07:52

Peter Gabriel ASG 006446Ma sentite che po’ po’ di roba: nel cd ‘Scratch my back’ c’è un’orchestra intera, niente chitarre o batteria, solo arrangiamenti complessi, movimenti arditi, virtuosismi tecnici. E la sua voce, la voce di sua maestà Peter Gabriel. E le canzoni di altri: da Heroes di David Bowie a Philadelphia di Neil Young passando per The boy in the bubble di Paul Simon, Listening wind dei Talking Heads e Street spirit dei Radiohead. Tutte irriconoscibili o quasi. Tutte belle, splendide, invidiabili. Ma inutili. Inutilissime. In otto anni Peter Gabriel è riuscito a incidere solo questo disco di cover onanistiche per dimostrare il già dimostrato da decenni: che è bravo, che ha più intuizioni, che è libero, che si intende di musica, che gli altri gli fanno un baffo. Ma alla fine il risultato è da Corazzata Potëmkin e uno sbadiglio, caro Peter, stavolta ti seppellirà.

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Ultima modifica domenica, 14 febbraio 2010 10:55

Barbagli Innanzitutto un po’ di pace. No, non nel senso che il concerto di Vasco Rossi sia un placido trallallero senza emozioni. Tutt’altro: quando è salito sul palco del Mediolanum Forum ieri per il primo degli otto concerti quasi consecutivi e tutti esauriti, la sberla rock di «Ho fatto un sogno» ha subito fatto vibrare le poltroncine e alla fine l’eco zigazagava ancora sotto le volte. Però Vasco Rossi, anche adesso alla vigilia dei 58 anni, mette d’accordo tutti, nessuno che lo contesti, nessuno che lo critichi se non per vezzo o inutile ribellismo, come quel giornalista che lo definì «tacchinone», o quell’altro che lo scoprì «sguaiatamente truzzo», come se Vasco non si vestisse o non parlasse come un uomo qualunque che meno truzzo non si può.

È beatamente il miglior rocker italiano e pure il più libero, costi quel che costi, e spesso gli costa assai. Potesse, ne direbbe di tutti i colori. Ma avendo rispetto del potere, specialmente del suo, tace. Perciò, parlando di lui a un Porta a Porta, gli ospiti starebbero solo seduti da una parte, quella a favore, e vai a trovarlo un kamikaze che si immoli sulle altre poltroncine. Il Vascocentrismo mette pace. Al limite Veltroni critica la scelta di Bersani di eleggere a inno del Pd la canzone Un senso perché ha quel verso, «Voglio trovare un senso a questa storia anche se questa storia un senso non ce l’ha», che sembra scritto apposta pure se Vasco al Pd manco ci pensava.
Anche qui al Forum, mentre lui snocciola quasi tre ore di concerto con i suoi classici e un pugno di canzoni, qualcuna vecchia di 32 anni come La nostra relazione (primo brano del primo disco, 1978, c’erano ancora Paolo VI in Vaticano e Giovanni Leone al Quirinale), nessuno pensa al Pd e nessuno neanche litiga. Vasco è un rito, d’accordo. Ma è soprattutto una festa, con i suoi colori caserecci, gli odori che fanno della platea, qui la mortadella e di là la porchetta nel panino, una cartina dell’Italia che se ne frega della D’Addario e di tutte quelle cose lì perché è impantanata nell’esistenza quotidiana, nel cotidie vivere che qualche volta val bene una canzone come l’iniziale Ho fatto un sogno (da Tracks 2), un’invettiva contro chi si occupa degli affari degli altri, insomma contro il pettegolismo senza «se» e senza «ma» eppure con tanti chissenefrega. «Morgan? La mia stima e la mia simpatia nei suoi confronti non hanno subito alcuna flessione come invece oggi ha fatto il Dow Jones», aveva detto prima di salire sul palco.

D’altronde Vasco Rossi è uno che se ne frega ma solo musicalmente parlando, sa tutto perché legge come un forsennato, e per il resto si fa i fatti suoi, senza spettacolarizzazioni, mercanti nel tempio, sbrodolature di ego oggi tanto di moda. Gli basterebbe un niente per fare una primaseratona in tv da dieci milioni di spettatori e via andare. Ma quando è apparso al Festival di Sanremo anni fa, «per restituire il microfono che mi ero portato via la prima volta», ha fatto una faticaccia a mettersi in posa per farsi celebrare come un dio, lui che vive diluito nei dubbi. Preferisce il palco, che è la vetrina dove sudi, sbuffi, magari stecchi pure, ma sei quello lì e di quello ti prendi le tue belle responsabilità e stop.

Qui, puntuale come sempre, sale sul palco, vestito al solito con i jeans e il giubbotto di pelle nera che si toglie subito, caracolla, sorride, canta, lascia partire una band che non si ferma più, perfetta, roboante, giovane anche se piena di rughe che si riflettono sui cubi della scenografia, metallici, incombenti, quasi inquietanti così pieni di spigoli. Dimenticasse, Vasco, il testo delle sue canzoni, ci sarebbero come al solito gli undicimila e rotti paganti del Forum a ricordargliele. Una per una, mica solo Albachiara o Una canzone per te. Di ognuna si è parlato cento e cento volte, sono il vocabolario di una generazione vera e piena di errori e non c’è un titolista di giornale che non abbia usato la «vita spericolata» per rendere il senso di un articolo. Spesso sbagliando, spesso a sproposito perché di quella vita Vasco non ha reso l’euforia incosciente, bensì il cosciente dolore, spericolato perché squilibrato.

E anche qui, quando si mette sul proscenio, con la chitarra acustica, lui e lei da soli, e squaderna due, tre ballate come Sally o Dillo alla luna spiegando come sono nate le sue canzoni, ecco Vasco che, a tu per tu con il suo mondo di angosce, immani perfezionismi e immanenti obiettivi, non fa altro che essere se stesso, l’ombelico del Vascocentrismo di cui tutti si beano perché trovatelo un altro che mette d’accordo tutti, che mette pace facendo un casino dell’altro mondo e che, quando qualcuno lo critica, nessuno gli risponde perché tanto si commenta da solo.

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Ultima modifica martedì, 9 febbraio 2010 09:18

164998 P1 046Ma brava così, bisogna sempre tradire le aspettative. Stavolta Charlotte Gainsbourg non è francesissima ed eterea come nel cd 5.55, macché. È trasversale e folle perché questo IRM l’ha sfornato insieme con Beck, che è un depresso di talento e, nel duetto Heaven can wait, riesce a far pensare che i Beatles siano di nuovo al Cavern. Attenzione però: le altre dodici canzoni sono senza regole perché Le chat du café des artistes a è cupa e piovosa, in Vanities c’è un movimento d’archi da Hollywood anni 50, Dandelion è un country da salotto chic e la chitarra lisergica di Trick pony piacerebbe all’ultimo John Lennon ma anche a Piero Piccioni che quante ne ha messe, di chitarre così, nelle sue colonne sonore sconvolte e geniali e sorprendenti proprio come questo IRM. Ma brava, madame Gainsbourg.

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Ultima modifica domenica, 31 gennaio 2010 08:52

1724457Ora vien da ridere perché questo è un caso unico al mondo. Anche Paul McCartney ha detto no grazie alla proposta di suonare a San Siro. Il promoter lo ha raggiunto durante una delle ultime date del tour inglese, poco prima di Natale, e lui ha risposto: bella idea, purtroppo a San Siro bisogna tenere il volume basso e quindi grazie ma ci sentiamo la prossima volta. Zero. Paul McCartney, mica Mondo Marcio. Così hanno detto anche gli Ac/Dc, che invece di suonare a Milano andranno a farlo allo stadio di Udine. E così avrebbe voluto dire anche Bruce Springsteen, che invece a San Siro l’ultima volta ha suonato ma lo ha fatto per 28 minuti in più dei limiti previsti dai regolamenti e ha mandato sotto processo il promoter del concerto (il meraviglioso Claudio Trotta della Barley Arts). Quindi è molto probabile che Springsteen non suonerà mai più a Milano e ne parlerà male ogni volta che potrà. A meno che. A meno che non tolgano quegli orribili limiti acustici fissati dai regolamenti dell’Asl. 78 decibel. In poche parole, come ha spiegato il più rockettaro degli assessori milanesi (Giovanni Terzi), si equipara il rock al rumore. Anzi, ancora peggio. Il motorino smarmittato che è appena passato sotto al Giornale ha senza dubbio superato i 130 decibel di rumore ma non ha suscitato nessuna protesta, non ha incontrato nessun vigile che elevasse una multa, non ha stimolato nessun comitato di integerrimi cittadini che protestassero contro il fracasso. Ma i concerti sì. Paul McCartney che canta ‘Yesterday’ sì. Bruce Springsteen con la sua ‘Promiseland’ anche. Come direbbe Totò: ma mi facciano il piacere. Al di là delle battute, è soprattutto una questione culturale. Una questione che fa tornare Milano indietro nel tempo, agli anni Cinquanta. Come ha spiegato anche Terzi, basterebbe mettere tra parentesi i limiti almeno per i cinque, sei, massimo sette concerti rock estivi. Una robetta, che ci vuole. Anche perché, parliamoci chiaro, i problemi di quiete pubblica e di sicurezza intorno a San Siro non sono certo legati ai concerti e ai fans che li affollano. Questa insomma è ipocrisia. La tipica ipocrisia che ha un solo effetto: obbligare Milano a rimanere ai margini di uno dei circuiti internazionali più importanti in assoluto anche da punto di vista imprenditoriale: quello del rock. Avanti così, fatevi del male.

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Ultima modifica domenica, 17 gennaio 2010 08:46

lady gaga elle january 2010In fondo i dati parlano chiaro: aumenta il download e diminuisce la vendita dei cd. Il pubblico, aiutato dall’ipod, autentico piede di porco per ribaltare le vecchie abitudini, è sempre più selettivo e volubile perciò sceglie singoli brani, li compra o li ruba dal web e poi si compila da solo la lista di canzoni da ascoltare. Lista fugace. Lista che cambia a tempo di moda. In fondo, fatte le dovute differenze, è quanto capitava negli anni Cinquanta e soprattutto Sessanta, quando si vendevano più 45 giri che 33 ed erano gli stessi artisti a preferire i primi usando i secondi come semplici collettori di singoli. D’altronde già una decina di anni fa Gino Paoli, uno che pubblicò molti brani prima di mettere in vendita un album, anticipò: «Si ritornerà a quei tempi, incideremo una canzone per volta». Intanto qualche cifra. Nel 2009 in Gran Bretagna, che vale il dieci per cento del mercato mondiale, la vendita dei singoli è cresciuta del 32.7 per cento ed è arrivata a 152 milioni di copie, delle quali addirittura il 98 per cento è digitale. Nella settimana dopo Natale ne sono stati scaricati 4.22 milioni di copie, record assoluto merito degli Mp3 player trovati sotto l’albero. Nel 2009 i possessori di iPod hanno comprato oltre nove miliardi di singole canzoni su iTunes che, secondo una ricerca della NPD Group, negli Stati Uniti vende un brano su quattro. E in Italia, che in questo campo è indietro rispetto al mondo anglosassone anche per i limiti medi di velocità del web, la musica digitale è cresciuta del 35 per cento (dati Fimi). Insomma, la tendenza è precisa e va al di là della semplice contabilità: il pubblico è più selettivo, preferisce collezionare brani piuttosto che opere complete e nel giro di pochi anni, predicono gli esperti, il focus del mercato sarà più concentrato sulle singole canzoni che sull’intero cd, tra l’altro in costante e irreversibile calo. In altre parole, si sta esaurendo una fase lunga circa quarant’anni (ah, gli anni Settanta e Ottanta con il culto dell’album!) e si torna al passato. Ovvio, si tratta di analisi a medio e lungo termine, però una ricerca inglese conferma che solo il 66 per cento dei giovani tra i 14 e i 18 anni preferisce il cd al download. E gli artisti, di fronte a dati inequivocabili, lentamente si adeguano. Intanto si sono drasticamente ridotti i tempi tra un disco e l’altro: il tourbillon del web impone un ricambio assiduo anche per nomi giganteschi che fino a pochi anni fa potevano permettersi lunghe pause tra una novità e l’altra. Gli U2 hanno appena finito un tour mondiale e sono di nuovo in studio per incidere nuove canzoni prima di ripartire per un altro giro di concerti, Britney Spears ha inciso due album a stretto giro, poi ha subito pubblicato un greatest hits con un brano nuovo e in primavera arriva con un altro disco. Per dirne un’altra, il singolo Just dance di Lady Gaga (nella foto) è il secondo più scaricato del decennio con 4.69 milioni di download, mentre il primo, Low di Flo Rida, è a quota 5,2 milioni. E via elencando: e non sono cifre da sottovalutare. In Italia Gianna Nannini ha ripubblicato lo splendido Giannadream con l’aggiunta (anche) del nuovo singolo Salvami, il duetto con Giorgia scritto da Pacifico che sta avendo un grandioso successo. E sempre più frequentemente molti spalmano la loro presenza sul mercato pubblicando singoli sganciati dai rispettivi album o addirittura del tutto isolati.
D’altronde, mentre anche The Edge degli U2 segnala che «si è interrotto il flusso di credito all’industria musicale e quindi nessuno finanzierà tour e chiuderà contratti discografici», è evidente che il mercato cerca un nuovo equilibrio in attesa di regolamentazione legislativa e contrattuale per il web e per la responsabilità degli internet service provider in merito al flusso, virtuoso o meno, di download di file musicali. Perciò alla riduzione dei tempi di assenza e al progressivo disinteresse verso il cosiddetto album potrebbe corrispondere un incremento della pubblicazione dei singoli, che consentono visibilità agli artisti ma anche un ridotto dispendio di energie creative ed economiche. Proprio come negli anni Sessanta. Però occhio: si tratta di tendenze generali e non particolari quindi non ci sarà una istantanea inversione di marcia anche perché, come osservava qualche tempo fa l’amministratore delegato della divisione musica registrata della Emi, Elio Leoni Sceti, «il settanta per cento del consumo di musica è digitale, eppure solo il venti per cento dei ricavi delle case discografiche proviene da quel settore». E allora sta a vedere che in un momento così, la via più praticabile per entrare nel futuro rischia davvero di trasformarsi in un ritorno al passato.

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Ultima modifica giovedì, 14 gennaio 2010 10:27