Archivio della Categoria ‘Musica’


A Noel Gallagher non riesce proprio di rimanere serio. Anzi sì: gli riesce. Ma al massimo per due secondi consecutivi. Due secondi è il suo tempo limite per articolare un ragionamento che non sia primitivo. Certo, parla anche più a lungo, talvolta dà risposte che durano addirittura trenta secondi, talvolta persino quaranta. Ma sono cazzeggi. Tipo quando qualcuno, qui a Milano, gli ha fatto notare che, nel suo primo disco da solista, John Lennon cantò qualcosa del tipo “odio i Beatles”. Il riferimento era chiaro: anche tu, caro Noel, provi lo stesso sentimento ora che hai iniziato la carriera da solista?? Noel l’ha presa sul serio. Si è fermato. Si è concentrato. Ha bofonchiato qualcosa. Si è rifermato. Ha pensato. Poi, dopo almeno trenta secondi di pausa, ha detto: “Non saprei cosa rispondere, non facevo parte dei Beatles”. E ha aggiunto un chiarissimo “purtroppo”. In ogni caso, ha presentato un album che non è niente male (Noel Gallagher’s High Flying Byrds) con alcuni brani come Everybody’s on the run, What a life e Broken Arrow che probabilmente diventeranno classici del suo repertorio. Scriverò l’intervista sul Giornale. Ma nel frattempo, dopo aver ascoltato sia il disco dei Beady Eye che quello di Noel, mi è venuto da pensare che, se fosse possibile unirli, insieme rappresenterebbero il miglior album degli Oasis di sempre. Un buon segno. O cattivo, dipende.

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Ultima modifica martedì, 27 settembre 2011 10:19

Loro no. In Italia le popstar stanno buone buone (in pubblico) e guai a chi parla male dei colleghi, a parte Vasco che ha appena detto la sua su Ligabue. Noi insomma siamo educati. Ma all’estero, specialmente nel ramo anglosassone, non si bada a spese. Insulto gratis. Tutti contro tutti. C’è chi ride, chi s’arrabbia e poi ciao, si riparte da zero. L’ultimo della lista è Lil’ Wayne, rapper da milioni di copie, già incarcerato per porto abusivo di arma da fuoco e comunque incarcerabile ogni giorno per turpiloquio, un piccolino sgangherato neanche trentenne che sull’onda del «dissing» (la scrittura di versi musicali al solo scopo di offendere) nel nuovo disco Tha Carter IV ha impacchettato l’(ex) amico Jay-Z dentro le rime di It’s good. Inutile tradurle: sono pecorecce allusioni sessuali alla sua compagna Beyoncé, più o meno le stesse che Eminem ha appena riservato a Lady Gaga in A kiss definendola «una postina», salvo poi scusarsi dopo che i fan della postina gli avevano intasato il sito a furia di parolacce. Ma questa è robetta conformista, ormai i rapper sono impiegati dell’insulto proprio come Liam Gallagher ex Oasis che, avendo esaurito il repertorio, adesso va avanti random, chi c’è c’è, e l’ultimo che c’era è stato Bob Dylan, «un miserabile». Però chi fa davvero sul serio sono gli insultatori più o meno estemporanei, quelli che proprio non ce la fanno a trattenersi, però poi dopo si sentono meglio. Ad esempio Robbie Williams ha appena detto, testuale: «Gli Oasis hanno suonato a Wembley solo per tre sere di fila. I Take That per otto. Quindi Noel Gallagher può leccarmi il c..o». Figurarsi se Noel Gallagher si sarebbe fatto scappare la replica. In tempo reale, alludendo alle cure del cantante per rimediare alle disfunzioni sessuali: «Leccare il suo c..o grasso? Ormai so che ha preso troppi ormoni, succhierò le sue tette da uomo». Così cafonal che neanche Er Monnezza. Un gentleman al confronto di Kelly Osbourne, figlia di Ozzy e quindi con un pedigree a prova di querela, che, parlando di Christina Aguilera, ha appena detto: «È una grassa put…a. Mi ha insultato tante vole per il mio peso e allora sai che ti dico? Fottiti, ora sei una cicciona pure tu». Complimenti. Qui da noi è tutto un quant’è bello questo e quant’è brava quella. Invece là non se le mandano a dire. E quindi contano le categorie. Ci sono i poeti alla Mick Jagger (nella foto in alto) che definì Madonna «un ditale di talento gettato in un oceano di ambizione» (grazie al blog di Gianni Sibilla su Rockol per la accurata traduzione). I qualunquisti come Johnny Lydon, ex Johnny Rotten cioè «marcio» quand’era nei Sex Pistols, che non nega un «merda» a nessun cantante sulla faccia della Terra. I frustrati alla David Lee Roth dei Van Halen: «Ai giornalisti musicali piace Elvis Costello perché si vestono come lui» o come, toh!, Elvis Costello che di Morrissey ha detto: «Scrive meravigliosi titoli di canzoni, ma purtroppo spesso si dimentica di scrivere la canzone». Poi ci sono i chirurgici, quelli come Nick Cave che liquidano tutto con humour molto british e poco educato tipo «Quando sento un brano alla radio e mi chiedo “cos’è questa schifezza?”, la risposta è sempre la stessa: “È dei Red Hot Chili Peppers”». Non mancano i cinici alla Elton John («Keith Richards ormai è solo uno scimmione con l’artrite») e i killer alla Anton Newcombe dei favolosi americani The Brian Jonestown Massacre che ha riservato la peggiore di tutte a Eric Clapton: «Cos’ha fatto a parte buttare suo figlio da un cornicione e scriverci un brano?». Da ricovero. Insomma, l’insultopoli del rock riempie il web (leggere per credere i trenta peggiori insulti messi insieme su flavorwire.com) e i bersagli sono più o meno quelli che tutti s’aspettano: da Bono a Madonna ai Beatles e più famosi sono meglio è. Alla fine il florilegio – memorabile un Rick James che definì Prince «un nano che vorrebbe essere bianco» – sarà pure perfido e magari divertente ma ha quel difettuccio che toglie alle rockstar ciò che generalmente il pubblico cerca: quel guizzo in più. Così in più da farci pensare che non siano banali, rancorosi e frustrati come tutti noi.

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Ultima modifica lunedì, 29 agosto 2011 10:03

E chiamatela retromania, come piace al Simon Reynolds nel libro omonimo che uscirà a settembre. Oppure pigrizia di ispirazione o meglio, se volete, paciosa autoreferenzialità. Però da qui non si scappa: i nuovi singoli di Tom Waits, Lenny Kravitz e Red Hot Chili Peppers hanno tante tracce di passato. Del loro passato. O di quello di altri. Insomma, vediamo chi può negare che il singolo Stand di Lenny Kravitz (dal cd Black and white America in uscita in questi giorni su Roadrunner) non abbia una gran voglia di Kiss, sì il gruppo che dal 1973 si pittura il volto e ha pennellato pure l’identikit dell’hard rock americano. Va bene, a Lenny Kravitz, anche se lo ammette a stento, quel tipo di suoni (e quelli di Cheap Trick, per dire) piace assai, specialmente in chitarra e batteria. Però usare una «seconda voce» che sembra tale quale quella di Paul Stanley (sì è lui nella foto), stessa inflessione stessi acuti, è realmente un omaggione alla megaband al punto che potrebbe essere facilmente scambiato per un brano rimasterizzato e riarrangiato di Hotter than hell del 1974.
Idem per i Red Hot Chili Peppers, anche loro freschi freschi di nuovo cd I’m with you. Il singolo The adventures of rain dance Maggie (peraltro mostruosamente trasmesso dalle radio) è un omaggio superlarge: ma a loro stessi e alla loro storia quasi trentennale. Va bene che Flea pompa il suo basso più del solito neppure fosse nei Funkadelic di George Clinton, ma le linee melodiche e l’armonia ricordano così tanto il marchio di fabbrica dei Peppers da diventarne quasi un rapido riassunto. Ecco qui che cosa siamo, insomma. Perfetto da apripista, un po’ meno come biglietto da visita.
E poi Tom Waits. Lui, d’accordo, non ha bisogno di biglietti da visita ed è al di sopra di ogni sospetto. Unico. Però il singolo Bad as me, che anticipa l’album omonimo in uscita a fine ottobre, ha un bel po’ di «retromania», altro che. I più sofisticati riconoscono subito le stesse atmosfere di Swordfishtrombones del 1983, il primo disco che Waits si produsse da solo: risultato magro nella classifica americana (arrivò al massimo al 164esimo posto) ma giustamente gigantesco nella stima di pubblico e critica visto che nel 1989 Spin lo piazzò addirittura al secondo posto nella lista dei migliori dischi di tutti i tempi. Stavolta, come spessissimo da Rain dogs del 1985 in avanti, le chitarre sono dello spaziale Marc Ribot ma la sostanza non cambia: Bad as me potrebbe saltar fuori da un qualsiasi vecchio disco di Tom Waits, perlomeno da quando ha questa voce così cavernosa. Niente di male, sia chiaro. Ma a furia di innestare la retromania spesso si finisce in folle.

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Ultima modifica sabato, 27 agosto 2011 01:00

No, scusate, qui c’è qualcosa che non torna. Vasco è inarrestabile ormai, esonda, si moltiplica. Ora è diventato uno e quadruplo, è nato il Vasco Rossi poker. E non si sa più quale asso cala, è il bello della sorpresa. C’è il Vasco sul palco, spesso un portento, un musicista ricchissimo che riempie gli stadi. E quello al Tg1, che in mondovisione si dimette da rockstar. C’è il Vasco santo subito, il mito più mito come la Scavolini era la più amata dagli italiani. E c’è il Vasco su Facebook, quello evidentemente privato, un caso da studiare perché smentisce i tre Vasco di prima e, già che ci siamo, anche quello che si è appena fatto ricoverare nella clinica Villalba di Bologna per (sembrava) una costola rotta. Dunque, in poche settimane, lui sempre defilato tranne quand’era negli stadi, se l’è presa con Morgan, con Ligabue, con Alberoni. E tutti a chiedersi: ma come, è proprio Vasco?, e perché prima stava sempre zitto? Forse era arginato e protetto da qualcuno. Oppure ora gli viene così e, in ogni caso, non è granché: ha iniziato una terapia di gruppo, solo che il gruppo siamo noi e la vittima rischia di essere la sua credibilità. Venerdì notte ha scritto che «assumo da tempo un cocktail di antidepressivi, psicofarmaci, ansiolitici, vitamine e altro» per mantenere un «equilibrio accettabile». Se è vivo, aggiunge, «lo devo a loro e a tutta questa valanga di chimica che assumo». Chimica. Psicofarmaci. Antidepressivi. Testuale. Fosse l’unico. Comunque Facebook canta, le parole sono chiare, i più maligni possono ironizzare sul passaggio da vita spericolata a vita depressa ma tutti gli altri si stringono all’idolo ferito, tanto più che, nella lenzuolata online, lui confusamente precisa che «non mi sono ritirato, dimesso, o vado in pensione» e che «voglio cambiare la forma, NON la sostanza» (il maiuscolo è suo). Evvai. Però dodici ore dopo, taca banda facciamo baldoria. E cambiamo di nuovo tutto, con allegra esuberanza, anche grammaticale: «Non sono depresso… non mi sono dimesso. D’altronde chi-mi-ca…pisce è bravo» (il giochino allusivo su chi-mi-ca è sempre suo). E ce n’è per tutti, visto che i fan su Facebook non sono chi-mi-ci e fraintendono, quindi lui li rimprovera: «Leggete bene, per favore». Abbiamo letto, e pazienza per le solite frecciatine ai giornalisti, che stavolta sono «le comari del paesino», i «cosiddetti “organi” di stampa»: in questo Vasco sembra un politico qualsiasi, di quelli che lui critica a piacere tra le ovazioni del suo pubblico. È un tic, intanto non ha «paura di parlare delle mie debolezze visto che, paradossalmente, sono la mia forza». Una volta Vasco Rossi, forse l’artista che dopo Modugno ha dato la scossa più violenta alla musica leggera italiana, era minimalista: parole come flash, fotografie di noi o di tutti, un piacere. Adesso è un massimalista, parla e riparla di tutto, solo che non ha più confini e a furia di allargarli è arrivato alla smentita della smentita della smentita (almeno fino a quanto contabilizzato a metà pomeriggio di ieri). Oggi Vasco è pret a porter, oggi sì e domani no perciò chissà. Il motivo è presto detto (per lui). «Guardavo il mondo da un oblò» ha scritto citando il Gianni Togni che cantava Luna quando peraltro Vasco urlava le stesse cose che adesso rimprovera ai fan: Non l’hai mica capito. Adesso «con Facebook, questa pazza piazza, ho provato il gusto di mettere i panni fuori». Sarà. Finora pareva che Vasco i panni li avesse sempre appesi fuori dalla finestra, comprensibili o no, accettabili o meno, legali o illegali. È diventato quello che è proprio perché chiunque, guardando un po’ meno distrattamente, li poteva valutare, amare, criticare. Invece no. Lui era nell’oblò ed evidentemente i panni erano di qualcun altro o, forse, tutti si sono inventati quello che faceva più comodo. Ma più semplicemente, depresso o no, incazzato o no, Vasco Rossi è precipitato in quella fossa delle Marianne che è il web sezione social network, uno scivolo senza filtri che impedisce la riflessione e butta lì tutto en plein air, anche ciò che magari, sedimentandosi, semplicemente non (r)esisterebbe. Un circolo questo sì vizioso, una garanzia di contraddizioni. Magari, dice qualcuno usando un termine da brivido, sta soltanto «destrutturando» la sua leggenda. Fosse così, passi. Ma no che non lo è. Il poker di Vasco Rossi – rockstar, pensionato, mito, depresso – è il flash minimalista di un cantante che si è tolto il paravento e adesso si piega qui o là a ogni brezza dell’animo. Il Vasco più incomprensibile e finalmente quello più vero. Ma fermatelo, per favore.

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Ultima modifica domenica, 7 agosto 2011 02:20

Ma ancora queste fesserie qui?? Lunedì è uscito sul Corriere della Sera un articolo di Francesco Alberoni sul legame tra rock e droga. Lì per lì sono rimasto stordito. Ho pensato a uno sbaglio. Poi no, tutto vero. Per Alberoni, tra l’altro ben noto per le sue profonde conoscenze musicali, il rock è “espressione di esperienze parossistiche possibili solo con la droga. E anche chi ascolta questa musica in concerto o in discoteca, spesso, per viverla, deve fare lo stesso”. Allucinante, è il caso di dirlo. Siamo nel 2011 ma questo articolo potrebbe essere del 1971. Solo che allora erano molti i cantanti, i musicisti e gli intellettuali che più o meno collegavano il rock alla droga. Oggi è rimasto solo Alberoni, che non fa parte di nessuna delle tre categorie.
Complimenti.
Naturalmente, è stato ispirato dalla morte di Amy Winehouse che, come tutti sanno, con il rock c’entra poco o nulla. Oltretutto, come mi ha segnalato il bravo Luca, Alberoni ha rinnovato la tesi, caricando ancora la dose, anche al Morning Show di Emilio Pappagallo su Radio Rock 106.6 aggiungendo banalità come “dubito che nell’Ottocento si andasse ai concerti a La Scala bevendo vino perché quella musica era più legata a sentimenti ed emozioni languide e bellicose. Ma ora le cose sono cambiate anche a causa della diffusione di alcuni stupefacenti”. Nel mio piccolo, non riesco a trovare le parole per ribattere a tanta superficialità e qualsiasi invettiva non può che essere attutita dalla compassione. Mi viene in mente che Beethoven e Musorgskij e Bach erano alcolizzati, come Mozart e Sibelius erano grandi bevitori. Per dire, Joseph Haydn riceveva circa almeno 500 litri di vino all’anno dalla famiglia Esterházy, e non li regalava certo. Alla Scala, nell’Ottocento, dietro ai palchi c’erano piccole cucine dove i servitori preparavano la cena ai nobili in attesa dello spettacolo. E il vino correva, anzi scorreva con un’abbondanza che non è difficile immaginare. Infine, sempre per spulciare tra le migliaia di esempi a riguardo, Berlioz scrisse la Sinfonia Fantastica dopo aver fumato una grande quantità di oppio e, pensate, nel 1830 il rock non era ancora stato inventato.
Dopo aver letto l’articolo di Alberoni, ho pensato che ci sono parecchi tipi di stupidaggini. Quelle divertenti. Quelle folli. Quelle offensive. E quelle dannose come questa. L’equazione tra rock e droga è dannosa e autoassolutoria, se non altro perché non ci vuole un genio per capire che, proporzionalmente, c’è sempre stata più cocaina (o ketamina o eroina o quello che volete) a Wall Street che a un concerto dei Coldplay. E, sempre in proporzione, ci sono stati più morti per droga a Wall Street che nell’intera storia del rock. Il discorso quindi non regge. Oltretutto, la droga, i devastanti effetti della droga si rovesciano su tutte le arti, mica solo sul rock, come peraltro dimostrano la storia del cinema, della letteratura, della pittura. La droga c’è da sempre, ha sempre accompagnato gli eventi dell’umanità, persino i più decisivi e fondamentali, ma lo ha sempre fatto di nascosto, protetta dal pudore o dal servilismo di storici e cronisti.
Far finta che non sia così è follia. Far finta che la droga sia colpa del rock è una bestialità che ha pochi precedenti. “Su sul Monte Sinai, Mosè era sotto l’effetto di droghe psichedeliche quando udì Dio trasmettergli i 10 Comandamenti” ha affermato Benny Shanon, che è un professore di psicologia cognitiva alla Hebrew University di Gerusalemme, mica un fan cocainomane dei Rolling Stones.
Magari negli anni Sessanta e Settanta no. Ma oggi tutti gli artisti sanno che la droga non aiuta a essere più ispirati né a scrivere canzoni migliori. Tutti sanno, per esempio, che quando è morto in una vasca da bagno a Parigi, Jim Morrison aveva perso da un bel pezzo, proprio a causa della droga, l’ispirazione dei bei tempi. L’epica della droga, l’allure mitizzante che ha avvolto l’uso di stupefacenti in campo musicale è finita da un pezzo, diciamo almeno vent’anni. E la maggior parte di chi oggi fa uso di droga non sa neppure che cosa sia il rock o se lo è dimenticato. Perciò gli articoli come quello di Alberoni sono dannosi. Confermano, o addirittura creano, falsi pregiudizi, pericolosi soprattutto per i ragazzi più indifesi. E squalificano chi li scrive. Ma proprio tanto.

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Ultima modifica venerdì, 5 agosto 2011 05:20

In questi giorni – Amy Winehouse riposi sempre in pace – si parla tanto del club dei 27 anni. I nomi li conoscete tutti, da Jim Morrison a Kurt Cobain. Ormai anche la morte di una rockstar diventa un brand e il brand è il 27esimo anno, neppure un marketing manager avrebbe potuto inventarsene uno migliore. Si potrebbe fare un film, si sono scritti e si scriveranno libri e qualcuno potrebbe pure inventarsi un macabro videogame oppure una linea di abbigliamento. Che jeans hai?? Ho quelli del 27esimo anno. E via così. Ma gli altri?? Tutti i grandi morti che non hanno avuto la fortunata sfortuna di morire proprio in quell’anno lì. Ho conosciuto Amy Winehouse e quando l’ho incontrata (aveva pubblicato da un anno circa l’album Frank) mi lascò l’impressione spaventosa di una persona con il vuoto nell’animo. Non era insensibile, per carità. Aveva una voragine che assorbiva tutto, una bulimia affettiva che di conseguenza – per quanto amore avesse intorno – la faceva sentire sempre sola. Mi dispiace tanto che non ci sia più. So che rimarrà nella storia della musica e, volendo, potrei anche citare nomi di caporedattori (almeno due) che, quando ho proposto un articolo o un’intervista a Amy Winehouse prima di ‘Rehab’, mi hanno risposto: chiiiii?? Non sarà mai nessuno. La piango. Ma in questi giorni, non so perché, mi sono tornati in mente tutti i grandi morti del rock che non avevano 27 anni ma che meritano egualmente di essere ricordati. Più che a Elvis e a Freddie Mercury e a Michael Jackson o Marvin Gaye, penso a chi non ha mai una vera e propria commemorazione, un anniversario, un concerto dedicato o un disco. A chi nessuno, o relativamente pochi, li ricorda ogni anno nonostante fossero, o avrebbero potuto diventare, autentici simboli. A me vengono in mente di getto, questi qui: Steve Ray Vaughan, Randy Rhoads (nella foto la copertina di Tribute), Cliff Burton, Tommy Bolin, praticamente tutti i Ramones, Bon Scott, Nico, Demetrio Stratos e chissà ancora quanti altri mi sfuggono. Così, senza retorica.

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Ultima modifica mercoledì, 27 luglio 2011 08:16

Ma no, vedrai che parla solo per scherzare: «Dichiaro felicemente conclusa la mia straordinaria attività, trentennale, di rockstar. Continuerò a scrivere canzoni, magari anche a fare concerti, non è che mi ritiro. Ma a sessant’anni uno non può più fare la rockstar. Questa è la mia ultima tournée». A Vasco Rossi ultimamente è venuta una gran voglia di esternare. Parla su tutto, dai caschi in moto fino all’opportunità di guidare ubriachi. Però non ha mai parlato della sua età. Non ha mai parlato di quanto sia difficile fare rock quando si ha un’età da prepensionamento (visti i tempi). È un problema che ormai riguarda quasi tutti i grandi, da Lou Reed a Mick Jagger, e ogni volta con soluzioni diverse. Il cantante dei Rolling Stones non ci pensa neppure a mollare tutto, anzi: ha appena fondato un nuovo gruppo. E gli altri più o meno: Neil Young per esempio incide un disco ogni due minuti e va in tour ogni tre. Vasco forse si è stufato. Sarà che lui non ha l’ebbrezza di girare il mondo perché comunque si ferma sempre e soltanto in Italia. Sarà che come rockstar ha fatto il suo dovere fino in fondo. Però l’annuncio che ha dato ieri sera a Vincenzo Mollica nello speciale del Tg1 “Io sono ancora qui” andato in onda quasi a mezzanotte non può essere una boutade detta così per dire. Tanto più che il primo luglio e il giorno dopo Vasco canterà dentro uno Stadio olimpico di Roma completamente esaurito. E c’è da immaginare quale sarà il più grande degli striscioni: «Vasco non mollare». Sarebbe, se non altro, la conclusione scenograficamente perfetta di una carriera strepitosa. Negli stadi. E nel costume italiano. Ma forse è anche giusto così: Vasco Rossi è ormai entrato nella storia del Dopoguerra pop come uno dei cantanti che meglio ha sposato l’evoluzione del costume. Ultimo al Festival di Sanremo. Primo in classifica. Ultimo nel giudizio dei critici musicali (di allora). E primo in quelli del pubblico. In questa clamorosa forbice c’è il senso di un Vasco Rossi che oggi, alla vigilia dei sessant’anni, dice che si è stancato di tutto lo stress di fare la rockstar e che è meglio scrivere canzoni e cantarle ogni tanto in situazioni meno pesanti di uno stadio esaurito. Non è molto rock. Ma è comprensibile e del tutto vascorossiano, ossia controtendenza.

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Ultima modifica lunedì, 27 giugno 2011 08:02

Lui è un fenomeno, si sa. Ma che fosse così coraggioso pochi se lo aspettavano. A 63 anni Steven Tyler si è preso una rivincita sui luoghi comuni. Lui, autentico rocker, leader di una delle band più amate di tutti i tempi, ricco oltre ogni immaginazione, si è seduto al tavolo di giudice di American Idol, ossia il talent show più visto del mondo. E aveva di fianco Jennifer Lopez, ossia uno dei simboli di ciò che al rockettaro dà(va) fastidio: il glamour, la vacuità, il talento minino. Bene, Steven Tyler ha avuto ragione. La sua popolarità è aumentata, la sua credibilità non è stata intaccata per nulla e, anzi, le vendite di tutti i dischi degli Aerosmith sono cresciute con percentuali a doppio zero, tipo il 250 per cento dei greatest hits e il 360 del download di alcuni classici come Dream on e I don’t want to miss a thing. Anzi, adesso gli americani usano i suoi stessi intercalari (spesso volgarissimi) e hanno familiarizzato con lui. Sono contento e qui di seguito allego l’articolo che ho scritto per il Giornale. Prima però vorrei aggiungere l’ultimo pensiero: a 63 anni vorrei avere anche io la stessa voglia di crescere e cambiare che ha dimostrato lui. Possiamo dire quello che vogliamo, ma gli Aerosmith hanno venduto quasi duecento milioni di dischi e quindi non credo che a Steven Tyler manchino i denari. Gli mancavano i progetti. E li ha cercati.
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Bip. Poi un altro bip. A furia di bip, Steven Tyler è rinato e non era mica così facile per una rockstar vecchio stile, quelle del ramo Keith Richards per intenderci. Quando ha parlato per l’ultima volta nella finale di American Idol c’erano trenta milioni di americani attaccati alla televisione, sei in più dell’anno scorso, quasi il trenta per cento di share. E tutti ora dicono: il merito è di questo strambo capellone con due labbra così («da bambino piangevo sempre, tanto mi prendevano in giro»), coloratissimo e volgare e inzaccherato di parolacce (bip), capace di cantare pezzoni negli Aerosmith come Dream on e Walk this way, di inventare un rock sporco di rhythm’n’blues e sesso, ma anche di prendersi lunghe vacanze con i cosiddetti Toxic twins, i gemelli tossici lui e il suo chitarrista Joe Perry, gente che ha frequentato ogni droga possibile e immaginabile. Nella vendutissima storia della sua vita, che uscirà in Italia a ottobre con un titolo che sarà più o meno Vi ha disturbato il rumore che ho in testa?, riassume così: «Ho fatto fuori venti milioni di dollari in droghe. Mi sono sniffato la Porsche, mi sono sniffato il mio aereo e anche la casa. Se lasciato solo, sarei morto chissà quante volte».

Ora è comunque risorto. Fino a pochi mesi fa, era solo, si fa per dire, il cantante degli Aerosmith, 63 anni e sangue calabrese visto che il suo vero cognome è Tallarico (suo nonno Giovanni era di Cotronei, provincia di Crotone) e lo chiamavano il Mick Jagger d’America con una punta di snobismo, sai, come si fa con quelli che vorrei ma non posso. Bye bye. Tutt’al più si meritava l’enfasi per le storie di sesso tipo quelle sulle sue pretese di trovare nei camerini ragazze disponibili che però avessero appena fatto la doccia.
Adesso è una superstar trasversale, rock e tv, e alla Nba All Star di febbraio a Los Angeles è stato applaudito neppure fosse un papa. «Ma che c… è ’sto casino di m…?». Bip. Quando pochi mesi fa è arrivato a fare il giudice ad American Idol, il talent show della Fox più seguito degli Stati Uniti e quindi del mondo, roba da una ventina di milioni di spettatori, persino gli altri Aerosmith lo avevano mandato a stendere. In privato, però. In pubblico invece uno che non usa giri di parole come Kid Rock aveva detto: «Una mossa stupida». Poi si è visto chi era lo stupido. Dopo il debutto ad American Idol, le vendite del repertorio degli Aerosmith hanno avuto picchi del 260 per cento sul catalogo fisico e del 360 su quello digitale e le sue case discografiche, la Columbia e la Geffen, stanno ancora brindando. E pochi giorni fa il sito di American Idol, che ha messo in streaming il singolo da solista di Steven Tyler, (It) feels so good, è andato in palla per i troppi contatti. In fondo lui non è solo considerato tra i cento cantanti più importanti della storia (lo dice Rolling Stone), è proprio un simbolo del rock sudato e patito e stravissuto, in quarant’anni ha venduto circa duecento milioni di copie e non c’è uno che lo critichi anche se sfoggia un viso che sembra un abuso edilizio tanti lifting ha subito e si veste sempre come una versione riveduta e corretta di Tomas Milian nel Monnezza. Steven Tyler ha il pudore della sua volgarità e questo lo rende immune dalle critiche e forse immortale nell’immaginario musicale.

Quando arriva sul palco come due anni fa all’Heineken Jammin Festival (performance stellare), attaccato all’asta del microfono fasciato da lunghissimi foulard, pronto a fare di un concerto un’apoteosi di virtuosismi vocali e istrionismi sessuali, nessuno si scandalizza, anzi. Ma, per dire, quando nel 2004 la popstar svedese Lena Philipsson ha provato a imitarlo durante l’Eurofestival, tutte mossette e contorsioni, i giornali l’hanno massacrata manco fosse una escort. C’è, in quello che Steven Tallarico rappresenta ormai per tutti, anche per chi è nato nel 1998 quando gli Aerosmith sono rimasti al numero uno per un mese di fila con I don’t want to miss a thing (dalla colonna sonora di Armageddon), una tragica coerenza che in quarant’anni non si è spostata di una virgola e non ha mai messo il punto. Due anni fa, ritrovandosi per incidere il primo album di brani inediti degli Aerosmith dal 2001, il produttore Brendan O’Brien li ha subito rispediti a casa. Steven Tyler ricorda così il perché: «Joe era fatto e non riusciva a suonare e io non potevo cantare perché sniffavo di tutto, e ciò fa male alla gola».

Ora, al termine del nono ricovero in una clinica di disintossicazione, il problema pare superato e mica soltanto personalmente: Steven Tyler, cantante degli Aerosmith e giudice di American Idol con Jennifer Lopez e Randy Jackson, non è più un modello: è un’icona ormai metabolizzata dall’immaginario collettivo, perciò innocuo. E difatti persino Johnny Depp, che sta attento alle frequentazioni, ha annunciato che scriverà qualche canzone con lui, giusto per togliersi un piccolo sfizio. Il più grande, tanto, è quello di Steven Tyler che sei mesi fa era un divo ultrasessantenne in via di bollitura e ora è di nuovo così in alto che il suo bip lo possono sentire ancora in tutto il mondo, fortissimo e pure un po’ goduto.

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Ultima modifica mercoledì, 1 giugno 2011 01:47

Intanto lasciamo perdere l’esito del programma di Sgarbi, che Raiuno ha cancellato subito dopo la prima puntata visto l’esito deludente degli ascolti: quasi la metà di Chi l’ha visto, per capirci. No, non parliamo di tv. Qui parliamo di musica e musicisti. E ieri sera sono rimasto impressionato da una definizione che Vittorio Sgarbi ha elargito a Morgan tanto che lo presentava in scena (già, quel Morgan cacciato un anno fa sempre dalla Rai in quanto pericoloso drogato). Lo ha battezzato più o meno “il Caravaggio del nostro pop”. Intanto che auguravo a Morgan di non fare la stessa fine del pittore, mi sono detto: ma io di Caravaggio ricordo quasi tutti i quadri. Di Morgan ricordo poche o pochissime canzoni e ancora meno credo se ne ricorderanno tra cinque secoli. Caravaggio non esibiva (badate bene: non esibiva) una cultura enciclopedica sulla pittura come invece Morgan fa di continuo sulla musica pop (ormai fa solo quello). E anche artisticamente, sono assai diversi: Caravaggio forte e quasi violento nel tratto, impressionante nei flussi di luce e nelle espressioni dei volti. Morgan più lieve, talvolta etereo, introverso e non esplosivo, per nulla muscolare. A unirli c’è semmai il tratto disperato di una parte delle loro esistenze. E basta. Perciò ho trovato il paragone scentrato e pretestuoso. Per carità, succede: in una trasmissione televisiva in diretta possono scappare frasi, parole, e definizioni fuori campo. Però dopo aver fatto questi pensieri, ho realizzato che la definizione di Sgarbi ha una sola potenziale vittima: lo stesso Morgan, che bisognerebbe aiutare ad uscire dal suo tremendo e devastante solipsismo invece che gonfiarlo ancora e sempre più.

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Ultima modifica giovedì, 19 maggio 2011 09:10

Quando i poli opposti si attraggono cominciano i problemi. Per molti (per me no), Lady Gaga è solo paccottiglia usa e getta. Per altri (me compreso) è una musicista stravagante e intuitiva, capace di suonare Bach al pianoforte e un po’ meno di cantare, comunque una spanna sopra tutti i coetanei e anche molti super idoli pop che hanno il doppio dei suoi anni. Con lei – come piace a noi italiani e anche a tanti altri – è scattato il solito gioco dei guelfi e dei ghibellini: stai con lei oppure contro di lei. Se la ascolti, allora non ascolti vera musica. E bla bla. In realtà Lady Gaga (che lunedì pubblica il nuovo cd Born this way) rimane fuori da questo giochino. E’ una che conosce la musica, che sa di che cosa parla e che magari non scrive i brani che avrebbe scritto Captain Beefheart (pace all’anima sua) ma è clamorosamente trasversale. Direi anche inattaccabile. Può non piacere, ovvio. Ma non ha barriere. Fa pop, non prog rock o drum’n’bass. Qualche giorno fa ha fatto la “roadie” a due concerti degli Iron Maiden in Florida, così per gioco. E in una bella intervista a Giuseppe Videtti di Repubblica (lui è uno dei più bravi in circolazione) ha detto papale papale: “Sono ancora metallara, ci sono echi di heavy metal anche in questo cd. Adoravo i Black Sabbath e gli Iron Maiden”. Tra l’altro nel nuovo cd ci sarà un brano che si intitola “Heavy metal lover”. Per inciso, Lady Gaga ha 25 anni, è nata quando Ozzy Osbourne era uscito dai Black Sabbath già da otto anni e gli Iron Maiden erano in studio a registrare Somewhere in time. Quando andava al liceo, intorno al Duemila, i suoi compagni ascoltavano tutt’al più Eminem o Puff Daddy o, bene che andasse, i Pod o i Limp Bizkit. E quindi adesso non dice queste cose tanto per sorprendere ancora un po’: lo dice perché è vero. E pazienza se una grande fetta del suo pubblico probabilmente scambia ancora i Black Sabbath e gli Iron Maiden per burini casinisti. Per questo mi piace ancora di più, ecco.

Dal blog di Paolo Giordano – Visita il blog

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Ultima modifica mercoledì, 18 maggio 2011 10:40