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di Nino Sunseri

Non c’è che dire: il Professore ha sbagliato le alleanze. Ha scelto Casini e Fini per “salire” in politica anzichè ascoltare i consigli di Giorgio Napolitano che lo spingevano in panchina. Magari solo qualche settimana in attesa di correre per il Quirinale o, eventualmente, per una prestigiosissima poltrona europea. Niente. Il Professore ha deciso di andare avanti e, perdipiù,  appoggiandosi a vecchie cariatidi della politica come Casini e Fini. Così i “poteri forti” che fino a ieri l’avevano appoggiato,  gli hanno girato le spalle. A farsene portavoce, a Cortina, Paolo Mieli, influente presidente di Rcs Libri ed ex direttore del Corriere: «Monti avrebbe fatto meglio a tornare in Bocconi». Per non essere frainteso: «La prossima legislatura durerà poco. Forse Matteo Renzi non farà in tempo a compiere quarant’anni». Mieli si dichiara un tifoso convinto del sindaco di Firenze mentre al Pofessore non risparmia battute al curaro: «Se Berlusconi superasse il 20%, allora si vedrà che i calcoli di Monti di fare un partito proprio erano sbagliati». Nel 2006 Mieli, come direttore del Corriere si era reso protagonista di una prima assoluta: l’appoggio esplicito  a Prodi. Era andata male a entrambi. L’Ulivo aveva governato pochi mesi e il Corsera era tracollato in edicola. Insomma ai piani alti dell’economia italiana Monti non è più ospite corteggiato. Gli è rimasto Marchionne. Per il resto il deserto. A cominciare da Montezemolo che, dopo aver molto brigato, non si candiderà.  Confindustria, dal canto suo, non ha mai nascosto la diffidenza al Professofre. Preferisce il Pd. Spera così di tenere un canale privilegiato con la Cgil. Non a caso nessun imprenditore è candidato (ricordate la volta scorsa Massimo Calearo arruolato da Veltroni?). Emma Marcegaglia era stata tentata dell’Udc. Si è dileguata.

Per carità non che il partito del Corriere della Sera non avese punzecchiato il Professore. Due colleghi della Bocconi come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi non avevano mancato di marcare la distanza. Il “fuoco amico” aveva infastidito il Professore. Aveva forse cercato di rimediare nominando Giavazzi consulente di Palazzo Chigi per occuparsi dei tagli ai contributi che lo Stato versa alle imprese. Un incarico di pochi mesi durante i quali la penna era stata messa nel tappeto. Tornato all’Università il professor Giavazzi ha ripreso il tambureggiare di critiche. Ora l’Agenda Giavazzi è diventata la linea ufficiale dei poteri forti in contrapposizione all’Agenda Monti. A gestirla sarà il Pd.

E a proposito di Agende c’è anche quella di Bersani. A lanciarla ancora una volta il Corriere per bocca di Massimo Mucchetti, vice direttore ad personam (dopo una lunghissima militanza all’Espresso) che ha deciso di candidarsi nel Pd. Insomma su via Solferino garriscono le bandiere della sinistra. Contemporaneamente in Piazza Affari le sue azioni sono al centro di manovre ardite. Insieme al vento cambierà anche la proprietà?



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Ultima modifica giovedì, 3 gennaio 2013 12:26

In un’intervista concessa a “Il Messaggero”, il ministro (uscente) per l’Integrazione Andrea Riccardi (uno dei principali sostenitori della ricandidatura di Monti a Palazzo Chigi) dice che lui, Casini, Montezemolo e compagnia andranno avanti comunque, anche se il prof dovesse all’ultimo togliere il cappello alle loro liste. Ma quel che resterebbe, tolto quel cappello, sarebbe ben poco. Un sondaggio Swg riportato oggi dal Corriere della Sera dà le liste pro-Monti al 15,4%. Ma quel risultato sarebbe dovuto per il 6% al solo Monti. Senza il quale, dunque, i centristi cadrebbero addirittura sotto il 10%. Roba da disperati. In attesa dunque, delle fatidiche parole del Prof, i leader delle liste per Monti starebbero già lavorando a una candidatura “forte” (si fa per dire) alternativa. Che potrebbe essere incarnata dal ministro dello Sviluppo Corrado Pasera. L’ex numero uno di Banca Intesa non ha mai fatto segreto di voler preseguire l’avventura politica dopo i tredici mesi trascorsi a Palazzo Chigi. E di volerlo fare da protagonista. Certo, usando le parole di belusconi, facendo il candidato premier delle liste “ex-per Monti” sarebbe “un piccolo protagonista”. Ma meglio che niente.

Rocco Buttiglione dell’Udc sostiene invece l’ex numero uno diella Confindustria, Emma Marcegaglia: “Personalmente ho sempre pensato che Marcegaglia potesse essere un ottimo presidente del Consiglio. Lo pensavo quando è venuta a Chianciano e lo penso ancora oggi”.



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Ultima modifica sabato, 22 dicembre 2012 02:02

Il sondaggio di Enrico Mentana diffuso al Tg La7 e che sancise il (quasi) doppiaggio subito dal Pdl per mano del Pd regala sorprese sul nome del prossimo premier. Chi vogliono gli italiani? Viene sì confermata la propensione al masochismo del Belpaese, che incorona Mario Monti con il 15%: ma attenzione, perché il Professore è in picchiata verticale e ha perso 3 punti percentuali in una sola settimana. Monti è ora incalzato dal “rottamatore” Matteo Renzi, che con il suo 15% (stabile) si attesta in seconda posizione. Quindi, a seguire, Pierluigi Bersani con l’11% (-1%), Angelino Alfano con l’8% (+1%), Beppe Grillo col 7% (+1%), Silvio Berlusconi (stabile) e Nichi Vendola pari al 6% (Nichi schizza del 2%), Luca Cordero di Montezemolo (stabile) e Roberto Maronial 4% (stabile), Oscar Giannino al 3% (in ascesa di 1 punto) e a chiudere la graduatoria, tutti al 2%, Gianfranco FiniPier Ferdinando CasiniAntonio Di Pietro ed Emma Marcegaglia. I dati che si traggono dalla rilevazione, oltre al crollo di fiducia nel premier, sono l’eterna discesa di Fini, superato anche da Giannino, nonché l’ascesa di Alfano, che ha ormai distanziato il “padre politico”, Silvio Berlusconi.



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Ultima modifica lunedì, 5 novembre 2012 10:54