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Il garantismo è morto, finito, polverizzato. Delegare una candidatura ai sondaggi dell’ultimo minuto, basandosi non su criteri oggettivi ma sulla volubile reputazione di un inquisito rispetto a un altro, è una barbarie definitiva, è una degenerazione che regala ai mass media un potere immenso e – in Italia – immeritato. L’esclusione automatica di un candidato soltanto perché inquisito o rinviato a giudizio, già in sé, sarebbe un lusso che non possiamo ancora permetterci: troppe assoluzioni tardive, troppi errori, troppe toghe che fanno politica con altri mezzi. Ma demandare tutto e direttamente alla volatilità dei sondaggi – a opera di un Pdl che paradossalmente non ha voluto le primarie – significa che le liste le compileranno i giornalisti anziché i magistrati, significa che a decidere sarà la violenza o l’assenza di campagne stampa all’italiana. Fermate per strada un cittadino o un politico che giudichi «impresentabili» Tizio o Caio: scoprirete che in realtà non ne sa nulla, che non ha mai letto mezza carta, compresi i parlamentari che in aula autorizzarono arresti sempre in base a sondaggi e a diktat di partito. È il punto più basso: abbiamo un Parlamento detestato e al tempo stesso svenduto al malcontento popolare, una demagogia securitaria buona a punire solo romeni e prostitute, un garantismo trasformistico che è l’unica cosa, da noi, davvero uguale per tutti. Il garantismo è morto, finito, polverizzato.

di Filippo Facci



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Ultima modifica martedì, 22 gennaio 2013 02:55

It’s a very peccato that Joseph Severgnini of «Corriere della Sera» don’t accept the candidatura that offered him Pier Luigi Bersani: we don’t riusciamo a capire the reason, and we’re very sorry for lui. Oddio: in really non ce ne give a fuck, ma Severgnini appartein to the same Order of our Jurnalist and ci pagano to write cazzate exactly come lui. Ergo, we don’t understand proprio: he has minga the problems that has others candidates of Pd as – for example – the vice-director of «Corriere della Sera», Maximum YoungBulls. Severgnini, in fact, is a sympathetic humorist, a popularizer, a teacher, he makes entertainment, he is a Enzo Biagi che ha studied in a international college (at Cremona) and its success is based on the original writings of travel, tourism, light but important things.

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su Libero in edicola mercoledì 9 gennaio



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Ultima modifica mercoledì, 9 gennaio 2013 10:15

di Filippo Facci

Quello che pochi hanno il coraggio di dire, oggi, è che la società civile stringi stringi ha preso il potere. Resiste qualche dinosauro (innegabilmente) e resistono i post-comunisti e i post democristiani: la disputa, per il resto, è tra le diverse società civili che sono approdate alla politica nei vent’anni che ci separano dal 1994, cioè dalla morte ufficiale della Prima Repubblica. La mitica società civile è finalmente dappertutto, guardate i leader politici e le loro solide professioni originarie: il comico Grillo, l’imprenditore Berlusconi, l’accademico Monti, il dirigente Montezemolo, l’avvocato Maroni, i magistrati Di Pietro e De Magistris e Ingroia, il giornalista Giannino eccetera. Non ce n’è uno che non si dica «non professionista» della politica: a costo d’esser definito dilettante. E non ce n’è uno che non si definisca espressione della «società civile»: anche se di società civili ce ne sono tante, alte o basse, belle o brutte, linde o corrotte. Le primarie dovrebbero rappresentare il festival della società civile, appunto: eppure Marco Travaglio, l’altro giorno, ha efficacemente dimostrato che molti vincitori (del Pd e al Sud, nel caso) sono espressioni di cricche e clientele e mafie che mettono in scena il lato oscuro della società civile medesima, spesso variegata e composita non meno della politica che dovrebbe rappresentarla. È questa, infatti, l’altra cosa che pochi hanno il coraggio di dire: che la società civile non solo ha preso il potere, ma può far schifo: esattamente come vent’anni fa.



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Ultima modifica venerdì, 4 gennaio 2013 06:39

 

La candidatura di Pietro Grasso rappresenta molte cose: 1) un buon colpo per il Pd; 2) un calcio negli stinchi per Ingroia; 3) una sconfitta per i centristi: che pure, ieri, hanno candidato un altro magistrato, Stefano Dambruoso; 4) una propaganda invero modesta per Berlusconi; 5) una sciagura per l’immagine della magistratura, sempre più ricondotta ad anticamera della politica. Cominciamo da lui. Brava persona, 43 anni di carriera, già magistrato a 24 anni (cosiddetto giudice ragazzino) e presto ritrovatosi a rischiare la pelle nel giudicare il maxiprocesso a Cosa Nostra: 400 boss in un dibattimento istruito dal pool di Falcone e Borsellino.

Leggi l’articolo integrale di Filippo Facci su Libero in edicola oggi 28 dicembre

 


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Ultima modifica venerdì, 28 dicembre 2012 11:32

 

Cioè, ma rendetevi conto che razza di pacco è quest’uomo. Prima imposta una correttissima carriera «antimafia» paragonandosi di continuo a Paolo Borsellino, che pure era di destra. Poi, progressivamente, diventa un personaggio per meriti catodici (non si ricordano sue inchieste memorabili) e intanto riesce a inquisire tutti quelli che la mafia l’hanno combattuta portando a casa risultati, tipo il capitano Ultimo o il generale Mario Mori, gente che arrestò Totò Riina. Poi si incaponisce su Dell’Utri sinché la Cassazione gli distrugge la sentenza d’appello che infatti è da rifare da capo. Questo mentre spara una dichiarazione via l’altra, si fa riprendere persino dal Csm, fa il prezzemolino televisivo, arringa le folle ai congressi di partito, scrive un libro via l’altro, ha pure un segretario organizzativo e insomma non si capisce quando lavori. 

Leggi l’articolo integrale di Filippo Facci su Libero in edicola oggi 18 dicembre

 


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Ultima modifica martedì, 18 dicembre 2012 10:17

 

di Filippo Facci

“La più bella, ieri, l’ha scritta il Fatto Quotidiano su Twitter: ‘Sallusti assolto dall’accusa di evasione fiscale’. Un refuso poi corretto”. Scrive Filippo Facci: “La notizia era che il direttore del Giornale è stato assolto dall’accusa di tentata evasione (e basta) perché il fatto non sussiste: arrestato il 1° dicembre e accompagnato ai domiciliari, non è mai uscito dal raggio di vigilanza della polizia e quindi il reato non c’è, fine. Un gesto simbolico: anche perché un tizio che voglia evadere, in genere, non lo preannuncia. Ora la sentenza pare scontata, anche se il pm, per reggere la commedia, aveva chiesto 6 mesi e 20 giorni dopo aver respinto ogni attenuante legata al «valore morale» del gesto: ma in realtà tanto scontata non era, e non a caso Sallusti è parso un po’ provato  ed emozionato. Gli resta la condanna definitiva a 14 mesi di carcere per diffamazione: caso unico in Occidente per la palese sproporzione tra entità del reato e entità della pena, fortemente voluta e avallata da colleghi del querelante Giuseppe Cocilovo, magistrato pure lui”. Eppure adesso Sallusti dovrà essere “processato” dall’Ordine dei giornalisti. 

Leggi l’articolo completo su Libero in edicola oggi, sabato 15 dicembre

 



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Ultima modifica sabato, 15 dicembre 2012 12:50

Filippo Facci è uno dei pochi cronisti che non ha dimenticato la vicenda di Alessandro Sallusti, condannato agli arresti domiciliari per 14 mesi per una condanna per diffamazione. Facci è stato uno dei pochi della categoria che ha difeso il direttore de Il Giornale. E così lo ha fatto pure alla prima della Scala di Milano.Facci si e’ presentato all’ingresso del teatro , dove stava per iniziare il Lohengrin di Wagner, indossando una maschera con il volto del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti. “L’ho fatto – ha spiegato – perche’ vorrei che anche lui fosse qui con noi”. Facci e’ stato fermato all’ingresso dalle forze dell’ordine, che non gli hanno permesso di entrare a teatro mascherato. Un gesto per non far calare l’attenzione su una vicenda che è una ferita aperta per la nostra democrazia e per tutto il mondo del giornalismo. 



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Ultima modifica venerdì, 7 dicembre 2012 08:47

Filippo Facci non si dà pace. Durante la puntata di In Onda su La7 difende Alessandro Sallusti e prova a squotere la categoria dei giornalisti. Un Facci irritato dal silenzio assordante della categoria per un giornalista che va in carcere per diffamazione, ha raccontato tutta la sua rabbia ai microfoni di La7. In collegamento con Nicola Porro dal tribunale di Milano, Facci ha attaccato la categoria dei giornalisti rivolgendosi in particolare a Tomaso Labate, giornalista di Pubblico e ospite in studio di Luca Telese. “Siete una corporazione di merda”, ha tuonato Facci. “Oggi ho capito una cosa: siamo fottuti, fottuti, giornalisti seghine”, ha aggiunto. E infine dopo un battibecco con Labate, Facci sbotta: “Stai zitto pipparolo!”. Prima di lasciare il collegamento il giornalista di Libero ha voluto lanciare un ultimo messaggio allo studio: “Ora che ho detto quello che dovevo dire potete farvi le vostre stronzate sulle primarie del Pd”. Insomma Facci ha detto quello che forse in tanti non hanno avuto il coraggio di dire in queste ore. Ha dato voce alla rabbia di quei giornalisti che non accettano che un cronista vada in carcere per un articolo. In molti colpevolmente sono rimasti in silenzio. Facci no.



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Ultima modifica domenica, 2 dicembre 2012 01:59

 

Il caso Sallusti non finirà nel salotto di Daniela Santanchè, questo possono crederlo solo quei colleghi che hanno ironizzato sulla prigione dorata in cui il direttore sconterebbe i domiciliari. E siccome le battute si sono sprecate, eccone un’altra: a casa della Santanché il pericolo di fuga può solo aumentare. Il punto è se sia una battuta oppure no. 

La vicenda è demenziale comunque la si guardi. Per intanto, Sallusti non è ai domiciliari: su questo dovrà decidere il magistrato di sorveglianza e potrebbe anche farlo settimana prossima o molto più in là. Sallusti non ha chiesto i domiciliari: sia perché non ne aveva diritto (pensava lui e pensano altri) sia perché ha rifiutato misure alternative alla detenzione in carcere. Sallusti non ha chiesto neppure i domiciliari a casa della Santanchè: è stato il procuratore capo a scegliere quella possibile soluzione selezionandola tra i vari indirizzi di reperibilità che Sallusti aveva indicato per legge. Neanche i pm hanno chiesto i domiciliari: il pool dei magistrati che mettono in esecuzione le sentenze, infatti, pensa che il direttore abbia già ottenuto una sospensione della sentenza (quella per poter chiedere i servizi sociali) e quindi non possa chiederne un’altra: in questo sono entrati in conflitto col procuratore capo Edmondo Bruti Liberati che è l’unico che in fin dei conti ha chiesto i domiciliari. Ma li ha chiesti: non concessi.

Leggi l’articolo integrale di Filippo Facci su Libero in edicola oggi 28 novembre

 


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Ultima modifica mercoledì, 28 novembre 2012 10:39

Non credo che abbiate tanta voglia di andare in vacanza in un posto dove piovono missili (1500 in otto giorni) e dove la gente si chiude nei rifugi antiaerei. Eppure l’Espresso del 22 novembre, a pagina 116, ha pubblicato una pubblicità con slogan sui quali è difficile non ironizzare: «Israele, la tua vacanza anima e corpo» (praticamente salma), «Un salto nelle emozioni» (salto in aria), «Un altro mondo» (l’altro). La guerra era in corso, ma si vedono dei giovani occidentali, sorridenti, che scrutano il crepuscolo e forse che non arrivi un Fajr 5 a distruggere il ristorante. A pagina 149 si persevera con un vero articolo: «Speciale viaggi, Utopia Tel Aviv», definita «vitalissima» perché «chiunque arrivi viene colpito dall’energia» (se va bene) e «niente è vietato a Tel Aviv: tranne trasgredire il divieto di parcheggio». Ti bombardano di multe. Sul portale turistico israeliano, comunque, non si segnalano guerre né problemi. Su quello della Farnesina, in compenso, c’è scritto che l’esercito può avere «atteggiamenti rudi» e sequestrarti il computer dopo averti chiesto password e account email; si raccomanda di segnalarsi all’Ambasciata, di evitare «mezzi di trasporto e luoghi affollati», di evitare il Sinai, di evitare il Nord del Paese e di evitare il Sud del Paese, questo per lievi contrattempi come «lanci di razzi e colpi di mortaio». Buone vacanze.

di Filippo Facci



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Ultima modifica sabato, 24 novembre 2012 07:06