Posts Taggato ‘gianfranco fini’


Giovedì 17 gennaio, tra i milioni di telespettatori che stavano seguendo Gianfranco Fini distrutto da Travaglio nello studio di “Servizio pubblico” su La7, c’era anche Nicole Minetti. L’ex igienista dentale del Cavaliere e consigliera regionale della Lombardia deve essere trasalita quando a un certo punto della puntata ha sentito pronunciare dal conduttore il suo nome. Il leghista Matteo Salvini, ospite in studio accanto a Gianfry, stava proponendo l’introduzione della tassazione sulla prostituzione, “secondo il modello tedesco”. E’ stato allora che Santoro è intervenuto dicendo che una consulenza in merito di “casini” la si “potrebbe chiedere a Nicole Minetti”. Passata la sorpresa, la Minetti ha preso il cellulare e chiamato il suo avvocato per querelare il teletribuno. A rivelarlo è il settimanale “Diva e donna”.



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Ultima modifica martedì, 22 gennaio 2013 02:55

Puntata tesa a Ballarò ieiri sera. Ospiti in studio Gianfranco Fini e  Giulio Tremonti. L’atmosfera è calda e i due si beccano quasi subito. Tremonti attacca Fini: “Tu hai fatto di testa tua e sei andato a sbattere”. Pronta la replica di “Mister 1 per cento”: “Con te caro tremonti è l’Italia che è andata a sbattere”. I due si beccano in continuazione. E dopo la prima “scazzottata” arriva il secondo round. Fini vuole rivendicare un suo presunto “merito”: “Io ti ho fatto cadere come ministro, ricordatelo, ne sono fiero”. Tremonti lo ignora. E Fini continua: “I tuoi tagli trasversali non andavano bene e sai cosa c’è? A me non preoccupa che Ingroia si candidi, ma che si candidi uno come Cosentino”.



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Ultima modifica mercoledì, 16 gennaio 2013 02:15
Il Professore ormai è “salito” in campo. Lo ha fatto senza giri di parole. E’ al centro del dibattito, è al “centro” di tutto, è nelle mani di Casini. I voti di Pier Feridnando servono eccome e allora è impossibile tenerlo fuori. Anzi bisogna osannarlo e farne un guru del del terzo polo. Questo centro è stato presentato, varato e accarezzato pure dal Vaticano. La domanda è sempre la stessa: ma i numeri ce li ha? A dare un’occhiata non sembra. Bisogna fare i salti mortali tra Camera e Senato per prendere il maggior numero di seggi. 
Il grande assente – Casini ha il suo bottino. Il Prof lo sa. Ma sa pure che Gianfranco Fini è un peso morto. Oggi non lo ha quasi citato nei suoi discorsi: solo un breve riferimento ai futuristi, su imbeccata di un giornalista. Miele solo per Casini. Monti ha parlato di un coinvolgimento futuro di Fli, ma non di Fini. E’ questo il nodo cruciale: Gianfranco che fine farà. In mezzo alla bagarre delle liste il Prof mette un cane da guardia, Enrico Bondi, Mr. spending rewiew. Bondi avrà il compito di analizzare i profili di tutti i candidati da mettere in lista. E quando arriverà a quello di Gianfranco Fini, con lo scandalo della casa di Montecarlo nel curriculum (oltre alle radici missine) di certo non potrà chiudere un occhio. Il Prof è rigoroso sui nomi. Lo ha detto lui stesso: “Sarò esigente”. 

Tempi cupi – Gli scenari per Gianfry sono davvero neri. Lui cercherà rifugio per forza al Senato. Lì con il listone unico per Monti di problemi non dovrebbero essercene. Ma il Prof e Bondi lo vorranno in lista? Alla Camera la situazione è davvero tragica. A Fli serve almeno il 2 per cento, seppur in coalizione, per piazzare i suoi. E a guardare i sondaggi la soglia non sembra scontata. Insomma il vero “fregato” da queste elezioni rischia di essere Fini. Chiederà aiuto anche a Montezemolo, magari per mettere il suo nome in Italia Futura, ma difficilmente Luca accetterà l’ex fascista. Lui intanto manda messaggi d’amore al Prof. Dopo la conferenza stampa in cui Monti ha finalmente fatto chiarezza su come intende partecipare alla campagna elettorale, Fini dichiara: “La coalizione annunciata da Monti apre all’Italia una prospettiva di rinnovamento. Futuro e Libertà farà la sua parte“. Già ma non illudetevi. Lui parla solo per avere la salvezza che ormai dalle sue parti fa rima con poltrona. Gianfry, se Monti fosse Briatore, “per lui sei fuori!”.


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Ultima modifica venerdì, 28 dicembre 2012 11:37

di Marco Gorra

Quante divisioni ha Monti? Poche, e per il momento nemmeno granché equipaggiate. Problema non secondario, specie in considerazione del fatto che la realizzabilità del progetto del Professore (ovvero tornare a Palazzo Chigi evitandosi la seccatura di passare per le urne) proprio dall’efficacia dell’ufficio reclutamento dipende.

Fuor di metafora, aggregare intorno alla celebre agenda una forza in grado – per quantità e qualità di voti portati in dote – di condizionare il risultato elettorale al punto da azzoppare la vittoria di Bersani e costringerlo a venire a patti col centro è per Monti l’obiettivo della vita. E per farlo, le forze attualmente a disposizione non bastano. Il centrino di Casini e Montezemolo (sintomatico che le parole «Gianfranco Fini» ieri mai siano uscite dalla bocca di Monti) ha numeri troppo sottodimensionati per le ambizioni del Prof. Che, alla fine, consistono nella gara a rendere ingovernabile il Senato. La Camera è persa (nulla mette a rischio il piazzamento del centrosinistra come prima coalizione ed il conseguente incasso del premio di maggioranza), mentre a Palazzo Madama – che assegna il premio di maggioranza su base regionale – i giochi sono aperti.

Monti disegna di conseguenza la propria strategia. Sullo sfondo, per paradossale che sembri, resta la speranza che Berlusconi (specie se in tandem con la Lega) faccia un buon risultato al Nord: se il centrosinistra perdesse la Lombardia, le sue prospettive a palazzo Madama si farebbero assai più fosche. Idem per l’Abruzzo, dove i sondaggi danno un Pdl a rischio affermazione. Ma per costringere Bersani a presentarsi col cappello in mano non basta che il leader del Pd abbia pochi senatori. Serve che i montiani ne abbiano abbastanza (da prendere specialmente al Sud) per fare l’ago della bilancia.

E qui si viene al centro della questione: Monti, non dissimilmente da come fanno le squadre di calcio in questo periodo, deve impegnarsi a fondo nel mercato di riparazione. O, meglio, deve fare impegnare i suoi luogotenenti, in testa Pier Ferdinando Casini e Luca Cordero di Montezemolo. Chiamandosi formalmente fuori dalla contesa elettorale (c’è chi racconta che la decisione di Monti sia maturata proprio in virtù di insanabili dissidi quanto ad assetto e formazione delle liste), il premier ha fatto capire che saranno altri a dover fare la corsa portandolo sulle spalle.

E, nel quartier generale centrista, l’allarme è già scattato. Consapevoli di essere stati lasciati un po’ in mezzo al guado dal Professore (la cui sfruttabilità in campagna elettorale sarà minore di quanto si preventivava), Casini e Montezemolo si preparano a mettere in piedi la «coalizione credibile» chiesta dal presidente del Consiglio. Credibile e – e la difficoltà viene qui – coi voti.

Quanto a credibilità soccorre la società civile. Montezemolo traccheggia, dice che «farò quello che serve» e che «parlerò con Monti» ma sembra sempre più orientato a mettersi in pista. Oscar Giannino scalda i motori ed offre il posto di capolista in Senato a Pietro Ichino, fresco transfuga dal Pd (area Renzi) folgorato sulla via dell’agenda Monti. Si sondano esponenti della mitica società civile (Emma Marcegaglia in testa).

Solo che le belle facce della società civile di voti ne portano in dote pochini. E quindi cercare di prendere pezzi a destra e a sinistra diventa un imperativo. Il passaggio sull’agenda «erga omnes» proprio a questo serve, rendere il più inclusivo possibile (nell’ottica montiana) l’invito a passare col Professore. Ed un primo risultato già c’è: oltre al citato Ichino, i quattro parlamentari del Pd D’Ubaldo, Adragna, Pertoldi e Fogliardi hanno lasciato il partito di Bersani e sono passati a sostenere l’area montiana (e a portarle voti).  

Resta il nodo dell’assetto. Scontata la lista unica al Senato (sennò addio superamento della soglia dell’8%), si fa strada l’idea di fare altrettanto alla Camera. Nel caso, si aprirebbe la partita tra politici di professione e volti nuovi, coi primi assai poco disposti a fare spazio ai secondi in nome del rinnovamento: «Sto in Parlamento da tanti anni e non posso farmi la plastica facciale», dice Casini, «noi dobbiamo capire se riusciamo a mettere insieme società civile e buona politica, c’è uno spazio immenso». Tradotto: posti gratis alle belle figurine abbiamo intenzione di darne il minimo sindacale. Anche perché senza politici che portano voti, tanto vale regalare le chiavi di Palazzo Madama a Bersani e Vendola.



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Ultima modifica lunedì, 24 dicembre 2012 02:14

L’orridissimo Fini (copyright del Cavaliere). Gianfranco contrattacca Berlusconi: “L’orrido è lui, che non si è mai fatto vedere sul banco dei deputati”. Il leader di Fli, al contrario, sulla sua poltrona si è palesato con solenne regolarita. Anzi, lo scranno di presidente della Camera lo ha occupato. E non lo hai mai mollato. 

Promesse da Fini - Tutto ebbe inizio dopo lo strappo, dopo il “che fai, mi cacci?”, dopo le accuse e le schermaglie con Silvio Berlusconi. “Io sono pronto a dimettermi da presidente di Montecitorio nello stesso momento in cui Berlusconi si dimette da presidente del Consiglio”, disse il 24 febbraio del 2011 nel salotto televisivo di Michele Santoro. Un’affermazione ridicola, ma tant’è. Poi il Cavaliere, più di un anno fa, per la precisione alle 21.40 di sabato 12 novembre, lasciò l’incarico di premier. E Liberocominciò a premere su Gianfranco: d’altronde una promessa è una promessa, e va rispettata. Ma Fini è un bugiardo. Passa un’ora, passa un giorno, passa una settimana, passa un mese, passa un anno. Si è dimesso? Nemmeno per idea. 

Risposte sconcertanti - Ogni promessa è debito, ma non per l’emblema della Casta, Gianfranco Fini. Il leader futurista – che lo scranno di presidente lo avrebbe abbandonare da tempo, da quando fa politica attiva con il suo partitino – ha difeso la sua posizione cimentandosi in sconcertanti acrobazie retoriche. Una su tutte. Si tratta della risposta che diede a uno studente nei giorni caldi dell’insediamento di Monti (era il 12 dicembre 2011), quando (ormai da un mese) stando alle sue parole avrebbe dovuto lasciare. “Come mai Berlusconi si è dimesso e lei no?”, chiese tagliente il ragazzo. E Gianfranco: “Io ho detto che mi sarei dimesso quando lo avrebbe fatto Berlusconi. Ma le dimissioni di Berlusconi sono arrivate dopo la constatazione del venire meno della solida maggioranza di cui disponeva”. Ogni commento è superfluo.

Lo scandalo dei benefit - Ora però, con le dimissioni di Monti, la parabola di Fini a Montecitorio, volente o nolente, sta per terminare. Gianfranco dovrà mollare lo scarnno al quale disattendendo ogni promessa si è incatenato. Val la pena ricordare, in conclusione, che Fini godrà di alcuni benefici (auto blu, uffici, personale) per essere stato presidente della Camera, seppur tra i più parziali della storia repubblicana. Vale ancor di più la pena ricordare che in questa legislatura, i benefit per gli ex persidenti della Camera, sono stati sforbiciati: prima erano a vita, ora dureranno “solo” dieci anni. Ma con un’eccezione: per gli ex presidenti eletti deputati nella scorsa o nell’attuale legislatura i 10 anni decorreranno a partire dalla fine di questa legislatura. In soldoni, sono stati “sforbiciati” solo Pietro Ingrao e Irene Pivetti. Fini, giusto per intendersi (come Violante, Casini e Bertinotti), avrà i benefit fino al 2023.



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Ultima modifica sabato, 22 dicembre 2012 08:04

Gianfranco Fini ora getta la maschera. Dopo essere stato messo da parte ieri nella riunione del “centrino” con Mario Monti, oggi parla, attacca tutti e annuncia di non voler mollare la poltrona. Lui è in parlamento dalla prima glaciazione terrestre e ora vuole rinnovare la tradizione. “Sarò candidato anche nella prossima campagna elettorale. Sto lavorando per la creazione di quello schieramento, coalizione o lista che si rifà all’azione del presidente Monti, auspicando che prosegua nella prossima legislatura arricchendo l’agenda con riforme strutturali che non potevano essere fatte con governo Monti, per favorire crescita e garantire un futuro per l’Italia in sintonia dell’esigenza di rilanciare l’economia”. Ecco come Gianfry ha scelto di ripresentarsi ai nastri di partenza. 

Duro a morire - “Mi ricandido perché non credo che debba valere un tetto ai mandati”. Ecco ora il Fini duro a morire e in questo non è molto diverso dai “delegati” del Pd come Bindi&co. E a questo punto passa alla resa dei conti con Berlusconi e lo attacca a muso duro. “In questa sede non credo che abbia molto senso rispondere, da parte mia. Di cose orride non ne ho viste molte: ancora non ho avuto modo di vedere Berlusconi sul suo banco di deputato, anche questa è una cosa orrida, mi sembra una cosa orrida”. Una risposta secca al Cav che lo aveva definito una “persona orrenda”. Infine ne ha pure per le probabili alleanze del centrodestra: “Quando sento dire da Berlusconi che dobbiamo fare l’unione dei moderati e poi dialoga per una unione stretta con la Destra di Storace e la Lega di Maroni, mi cheido cosa voglia dire moderati”.  Insomma “Mister 2 per cento“, Fini, comincia ad avere paura di restare fuori e quindi mette le cose in chiaro: lui c’è. E dopo soli 29 anni che è in parlamento si prefare a fare 30 e 31. Alla faccia del ricambio generazionale.



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Ultima modifica giovedì, 20 dicembre 2012 04:44

Mentre Monti incontra Casini e Montezemolo a Palazzo Chigi per, parola di Pierferdy, “discutere della sua discesa in campo”, Gianfranco Fini sta alla finestra. Certo, anche Futuro e Libertà farà parte della squadra del “Centrino” che sosterrà il premier. E, certo, GIanfy ha da assolvere impegni istituzionali in qualità da presidente della Camera. Però fa un certo effetto sapere che in una giornata di tanto importanti impegni politici il leader futurista incontrerà l’associazione umanitaria Ultimi. Per lui che voleva essere il primo ma non c’è riuscito, sembra un amaro contrappasso. Pazienza, l’importante è avere valvole di sfogo. Per esempio Twitter, su cui Fini martedì scriveva: “Berlusconi? Siamo al livello di Vanna Marchi“. E se lo dice lui…



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Ultima modifica mercoledì, 19 dicembre 2012 01:29

 

di Caterina Maniaci

Nel centro in via di formazione – e in grande fibrillazione – non c’è posto per Fli e Gianfranco Fini. Lo dichiara  Andrea Olivero, presidente delle Acli, tra i promotori dell’operazione che mette insieme un partito vero e proprio (l’Udc di Casini) con un movimento che aggrega i rappresentanti di una società civile finora rimasta fuori dalla rappresentanza politica. E in cui i cattolici hanno un ruolo di primo piano.  Aspettando Mario Monti e le sue prossime mosse.  Olivero, ospite di un videoforum a Repubblica Tv , auspica la formazione di «una lista Monti, una lista di società civile affiancata all’Udc», nuova e «senza parlamentari uscenti», con il leader della Cisl Raffaele Bonanni e il movimento liberale di Luca Cordero di Montezemolo. Ma senza Gianfranco Fini: «Fli appartiene a un’altra cultura politica rispetto alla nostra, è difficile una convergenza tra noi e loro». Fini risponde su Twitter: «Il sig. Olivero, di cui ricambio la stima, capirà presto che la realtà sarà diversa da come egli la immagina».

 Olivero chiarisce comunque  l’obiettivo del progetto comune del nuovo centro. Anzi, puntualizza: «Non chiamateci semplicemente centristi, noi in realtà siamo estremisti riformisti e solidaristi accaniti, il nostro intento è spingere con forza il cambiamento del Paese». La guida di questo “soggetto terzo” spetta senz’altro all’attuale premier: «Il presidente non si tirerà fuori»,  assicura il presidente delle Acli,  «è  importante che ciò non avvenga. Nessuno di noi forzerà rispetto alla sua decisione, sono giorni difficili per il premier, ma il suo contributo è decisivo per segnare una svolta ed entrare nella Terza Repubblica».

In ogni caso, Fli e Fini rappresentano uno dei nodi che Udc e movimento di Montezemolo devono affrontare. Mentre sembra accantonato il problema degli eventuali veti  dei dirigenti e leader vari di Verso la Terza Repubblica su Rocco Buttiglione e Lorenzo Cesa – sui quali pendeva il giudizio di “politici di troppo lungo corso” – sul presidente della Camera, come dimostrano le dichiarazioni di Olivero, restano tuttora in piedi le obiezioni di fondo: noi non abbiamo niente in comune con Fli e non abbiamo mai parlato di accordi e alleanza. Casini, invece, sembra ritenere la presenza di Fini importante per la costruzione del nuovo centro.

 


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Ultima modifica martedì, 18 dicembre 2012 10:17

Franco Barbato, deputato dell’Italia dei Valori ha regalato l’ennesimo show fra i banchi di Montecitorio. Durante la discussione della legge sull’incadidabilità dei condannati, Barbato si è lasciato andare a commenti un pò troppo pesanti su alcuni leader dei principali partiti. Durante la discussione alla Camera sulla legge che prevede l’incandidabilità dei condannati, a chiusura dei lavori, Barbato ha preteso di parlare a titolo personale. Contestando un comma della legge ha definito “Casini, Bersani e Alfano” come “incandidabili“. In aula scoppia la protesta. Il presidente Gianfranco Fini gli toglie la parola e dal suo stesso gruppo parlamentare gli tirano in testa un cuscino per zittirlo. Poil il capogruppo dell’Idv prende la parola e si dissocia dalle parole di Barbato, chiedendo scusa a Bersani e complimentandosi con il segreatrio del pd per il risultato delle primarie. 

 

Guarda il video del cuscino tirato a Franco Barbato su LiberoTv



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Ultima modifica venerdì, 7 dicembre 2012 05:47

 

Da un lato il boom del Partito Democratico, che cavalcando l’effetto-primarie, secondo il sondaggio proposto da Enrico Mentana al TgLa7, flirta con il 35 per cento. Dall’altro il crollo verticale di tre vecchie volpi del Parlamento: Pier Ferdinando Casini, Gianfranco Fini e Antonio Di Pietro. Parte del rinnovamento, in politica, con tutta probabilità lo faranno le urne: con le percentuali di cui è accreditato, il terzetto resterà fuori dal parlamento. Nel dettaglio, l’Udc di Casini viene dato al 3,8%, sotto al 4% necessario per superare lo sbarramento. Disperata la situazione di Di Pietro (l’Idv arriva ai minimi, ossia l’1,5%) e quella di Fini, intorno al 2,5 per cento. 

E Casini parla… – Il presidente della Camera, oggi, lunedì 3 dicembre, non ha proferito parola (ma che Futuro e Libertà di futuro in Parlamento non ne abbia è cosa nota da tempo). Casini e Di Pietro, al contrario, hanno rilasciato dichiarazioni che diventano “succose” alla luce del risultato proposto dal sondaggio di Mentana. Il leader centrista ha ribadito la sua diversità da Vendola e ha poi “chiamato” Bersani: “Vogliamo dare rappresentanza ai popolari e ai moderati, che sono tanti, che vogliono continuare nella ricostruzione del Paese. Come dice Bersani siamo tranquillì bisogna stare più tranquilli“. Poi il consueto attacco a Silvio Berlusconi: “Se credo al suo ritorno in campo? Non dico che credo, non dico che non credo. Assisto un po’ confuso…”. Peccato che il Cavaliere, con una sua eventuale lista, venga dato attorno al 7%; alla guida del Pdl intorno al 18%: insomma, Berlusconi – in caso di ritorno in campo – a differenza di Casini in Parlamento ci entrerà.

Tonino disperato – Quindi le dichiarazioni di Di Pietro, sempre più disperato: “L’Italia dei Valori – ha detto Tonino – ha partecipato alle primarie del Pd per individuare non solo il candidato premier di centrosinistra, ma soprattutto quale linea politica portare avanti. Ora Bersani deve decidere se è con Monti: in tal caso noi costruiremo una proposta politica alternativa. Se, al contrario, si pone in discontinuità con Monti, saremo vicini per costruire insieme un’alternativa”. Già, “insieme”. Di Pietro cerca in tutti modi di riagganciarsi al treno della sinistra, che però, di lui, non ne vuole più sapere. Tonino straparla di alleanze, ma il suo futuro appare certo: fuori dalle stanze della politica.

 



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Ultima modifica lunedì, 3 dicembre 2012 11:13