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	<title>Parole in libertà &#187; Musica</title>
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	<description>Liberi esercizi mentali di Mimmo</description>
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		<title>Ebbene sì, Ozzy è un uomo di Neanderthal</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Oct 2010 18:24:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mimmo</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/?pagename=album&amp;?pp_album=main&amp;pp_cat=default&amp;pp_image=Ozzy_perfetta.jpg" title="Ozzy perfetta"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/wp-content/photos/Ozzy_perfetta.jpg" class="alignright" alt="Ozzy perfetta" width="450" height="268" /></a>Questa poi: Ozzy Osbourne ha un Dna molto vicino a quello degli uomini di Neanderthal. In fondo è solo un dettaglio, nemmeno una notizia, perché Ozzy, che ha fondato i Black Sabbath e a 62 anni è ancora appeso a una stellare carriera da solista, si è sempre dimostrato assai diverso da noi contemporanei. E mica solo per la voce, che peraltro è potente e persino colorita ma ha un’estensione piccola così. Certo, forse la musica che ha contribuito a creare, l’heavy metal, quella sì ha qualcosa di preistorico e ancestrale, ma giusto un po’. In realtà Ozzy Osbourne è anormale semplicemente perché è vivo. Ancora vivo. Come ha scritto lui sul London Times, riassumendo quarant’anni di cronache al limite dell’umano, «vista la quantità di baldoria in cui ho sguazzato nella mia vita, tra alcol e droghe, non c’è nessuna ragione medica per cui io sia ancora qui. Ma forse il mio Dna può spiegarlo». Detto, fatto. Due compagnie private statunitensi, pagate in tutto trentamila dollari circa, glielo ha analizzato gene per gene impiegando nientemeno che tre mesi. E perciò Ozzy Osbourne adesso è entrato nel ristrettissimo e vippissimo club, fondato dal gentista James Watson, di chi ha in mano il completo sequenziamento dei propri geni. Risultato: nel suo è stato trovato un frammento di Dna che può esser fatto risalire addirittura all’Uomo di Neanderthal, vissuto nel periodo paleolitico tra i 130mila e i 22mila anni fa. Dunque l’analisi ha scoperto che «una mutazione del gene Adh4 &#8211; come ha confermato il dirigente del laboratorio che ha rivoltato Ozzy come un calzino &#8211; lo rende sei volte più del normale a rischio di sviluppare dipendenza da alcol, ma gli conferisce anche una migliore capacità di metabolizzarlo». Anzi, nell’euforia della scoperta, lo studioso ha dichiarato alla rivista Scientific American: «Se ci fossero a disposizione più Dna di cantanti si potrebbero scoprire anche quali geni siano legati al talento, e se sono in qualche modo correlati a quelli delle dipendenze o dei comportamenti compulsivi».<br />
Al di là dell’effettivo interesse di questa analisi, rimane il dato di fatto che Ozzy Osbourne, nato nel 1948 ad Aston vicino a Birmingham da due genitori così poveri che non avevano neanche i soldi per compargli le scarpe, è un miracolo della natura. Oggi, a quarant’anni esatti dal primo disco Black Sabbath, è ancora in tournée, pubblica cd più o meno regolarmente, è diventato famosissimo grazie al reality show di Mtv The Osbournes, e, dopo che tanta critica lo ha spernacchiato per decenni, qualsiasi rockettaro lo considera un caposcuola. Però, a guardarlo da vicino, è buffo e traballante, si esprime in un inglese nel quale sono percepibili solo le parolacce e si veste come un cavaliere dell&#8217;Ottocento dopo una notte di Lsd. Però non perde il suo senso dell’umorismo e, dopo aver scoperto la non esaltante notizia di essere un uomo del Paleolitico, non si è fatto mancare la battuta: «Adesso però studiate anche Keith Richards dei Rolling Stones». Come a dire: primitivo va bene, ma in due è meglio.</p>
<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano" target="_blank">Dal blog di Paolo Giordano &#8211; Visita il blog</a></p>
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		<title>Se la musica per vecchi è roba da giovani</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 19:22:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mimmo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[No, no, di più non si può fare. Questo è un album suonato sostanzialmente dal vivo, con quel brivido che solo il frizzicare di un amplificatore acceso provoca in qualsiasi musicista. In questi, poi: Elton John ha perso il barocchismo stantio su cui si crogiola da un bel po’ (a parte nella manieristica When love [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano/?pagename=album&amp;?pp_album=main&amp;pp_cat=default&amp;pp_image=Cover_The_Union_300CMYK.jpg" title="Cover The Union 300CMYK"><img src="http://blog.ilgiornale.it/giordano/wp-content/photos/Cover_The_Union_300CMYK.jpg" class="alignleft" alt="Cover The Union 300CMYK" width="450" height="346" /></a>No, no, di più non si può fare. Questo è un album suonato sostanzialmente dal vivo, con quel brivido che solo il frizzicare di un amplificatore acceso provoca in qualsiasi musicista. In questi, poi: Elton John ha perso il barocchismo stantio su cui si crogiola da un bel po’ (a parte nella manieristica When love is dying con troppo Bernie Taupin dentro). E Leon Russell, praticamente una leggenda e praticamente ormai un fantasma (visto che capelli bianchi e lunghi??), suona e canta come un esordiente, frenetico e vibrante e ben consapevole che la va o la spacca e lui, dopo esser stato sottobraccio quarant’anni fa a Jerry Lee Lewis e Bob Dylan, rischia di tornarsene a suonare in localetti scrostati tipo il Snail Pie Lounge di Glenville. Ecco, questa è la chiave di The Union: la resurrezione, la catarsi, il bisogno insomma di togliersi di dosso paure, rimorsi, condizionamenti, noia. Insomma, The Union è potente e libero perché se ne frega dei generi musicali e li mescola tutti, specie quelli nati di qua e di là dal Mississippi, il country, il gospel, naturalmente il soul e poi il rock’n’roll ma solo quello honky tonk, uh mamma mia, con la timbrica dei pianoforti verticali suonati dai pianisti spiegazzati nei saloon del Far West. E sembra proprio di entrarci con gli speroni ancora impolverati, mentre inizia l’incontenibile Hey ahab, che piacerebbe pure agli Allman Brothers, oppure quando il coro accompagna le voci di Hearts have turned to stone, con quel suono bruciante che solo dischi come Exile on main street dei Rolling Stones sono riusciti ad afferrare. Dai, se non è una gioia questa. E un po’ (solo un po’) del merito è del cast stellare che accompagna questi due sessantenni. Fosse un film, ci sarebbero Meryl Streep, Robert De Niro, Leonardo Di Caprio, Robert Redford, Al Pacino tutti insieme. Qui c’è un produttore favoloso, T Bone Burnett, strumentisti fuori dal comune come il geniale chitarrista Marc Ribot o il batterista Jim Keltner, in Gone to Shiloh canta anche Neil Young e Brian Wilson (dicesi Brian Wilson dei Beach Boys) fa i cori in When love is dying. E poi sì, poi basta. </p>
<p><a href="http://blog.ilgiornale.it/giordano" target="_blank">Dal blog di Paolo Giordano &#8211; Visita il blog</a></p>
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