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Ligabue cover Arrivederci  mostro  media Del nuovo disco di Ligabue tutti hanno ormai scritto tutto. ‘Arrivederci, mostro!’ è un ottimo album, molto chitarroso, più forte nella musica che forse nei refrain. E’ in sella a testi talvolta riuscitissimi, come ‘La verità è una scelta’ e ‘Il peso della valigia’, e a ballate che hanno molto chiaro il marchio di Ligabue ma molto meno evidente un futuro radiofonico. E’ un passo avanti, comunque sia. Il passo avanti di un cantante che non ha voglia di essere sempre uguale a se stesso. Però c’è un però. Scherzoso (qualche volta si può anche scherzare, no??). Sulla copertina, che è piena di rimandi alle canzoni e ai testi (ci sono anche i volti di Ligabue, del fratello, del manager e di tanti altri del clan) campeggia un enorme pesce. Anche l’altra sera da Fabio Fazio, Ligabue ha sostenuto che sia un sarago. Clamoroso errore. Non so che pesce sia e probabilmente è solo una rielaborazione grafica. Ma di sicuro non è un sarago, questo è certo (e ve lo dice uno che vale molto di più come pescatore che come giornalista).

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Ultima modifica mercoledì, 21 luglio 2010 09:32

DioRonnie James Dio se ne è andato a 67 anni. Avendo cantato nei Rainbow e nei Black Sabbath, oltre che nel suo gruppo, è stato una delle voci più importanti del rock duro. Sul palco spariva di fianco ai chitarristi, che fossero Toni Iommi o Ritchie Blackmore o Vivian Campbell, ma solo perché era piccolino. La sua voce era poderosa, autenticamente medievale, forte come un colpo di cannone. Rimarrà per sempre uno dei testimoni di un periodo musicale irripetibile. Perciò, per ricordarlo, qui non parlo dei suoi dischi o dei suoi concerti. Trascrivo soltanto quanto ha scritto stamattina sua moglie Wendy annunciando la morte: “Oggi il mio cuore si è spezzato, Ronnie è mancato alle 7:45am del 16 Maggio. Molti, molti amici e familiari hanno avuto occasione di dare il loro privato saluto prima che serenamente si spegnesse. Ronnie sapeva quanto fosse amato da tutti. Noi apprezziamo l’amore e il supporto che voi tutti ci avete dato. Per favore dateci qualche giorno di privacy per affrontare questa terribile perdita. Tenete presente che lui amava tutti voi e che la sua musica vivrà per sempre”.

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Ultima modifica mercoledì, 21 luglio 2010 09:32

president homer simpson 1Poi il resto è soltanto una sfumatura. Di suono. O di colore. Ciò che conta è il talento: e la chitarra elettrica è rimasta l’ultima palestra del virtuosismo rock a mani nude, quello senza magheggi tecnologici o chirurgie digitali a deformarlo neanche fosse il naso di una starlette. Perciò in questo senso Fender o Gibson pari sono, e aggiungeteci anche Ibanez o Jackson o altri marchi che spuntano qui e là sui palchi e negli studi di registrazione. Sfiancati dai campionamenti e appiattiti dai software, quasi tutti gli altri strumenti della musica leggera sono nelle mani dei computer e quindi addio virtuosismi: se sai come usare bene un pc, allora saprai anche inventare un suono di basso o di batteria che sia abbastanza chic. Ma la chitarra no: smanettate pure con il mouse, ma perdete solo tempo. Il suo suono dipende ancora da come appoggi il polpastrello sulle corde o da quanto premi con il plettro o ancora da quale pick up hai installato, dal ponte e persino dalla pedaliera di effetti. E poi bending, vibrato, tapping, hammer on, legato e via con tutte le tecniche possibili. Soprattutto, il suono dipende dal talento, dalla sensibilità e, insomma, dalla capacità di abbattere i filtri emotivi lasciando passare le emozioni direttamente dal cuore alle dita, così, come se fossero sulla stessa strada. I più grandi chitarristi di sempre, da Duane Allman a Ry Cooder, da Chuck Berry a Carlos Santana sono romanzieri che hanno scritto storie favolose con una lingua personalissima eppure comprensibile a tutti. Mescolando sentimenti a virtuosismi che si studiano ancora oggi, spesso senza riuscirci. Oggi la maggior parte dei nuovi chitarristi magari si diletta con una sofisticata ricerca delle chitarre, più rare e più storiche meglio sono. Ma mi sembra che non abbia ancora trovato uno stile personale, vincente e destinato a colorire un’epoca. La prima chitarra di Jimmy Page è stata una modestissima Grazioso, una robetta. Negli Yardbirds suonava per lo più una Fender Telecaster Paisliey, dal secondo album dei Led Zeppelin ha quasi sempre sfruttato una Gibson Les Paul Standard del 1958 che vale centocinquantamila euro. Ma l’assolo di Stairway to heaven, uno dei migliori in assoluto, è passato da una Fender Telecaster, pure quella del 1958. Insomma, lo strumento è una variabile, il talento no. Oggi il virtuosismo è meno centrale di un tempo, anche se, solo in Italia, Andrea Braido o Alberto Radius sono ancora forsennati talentuosi. Ma, in poche parole, la chitarra resiste al fascino perverso della tecnologia. Ed è forse l’ultimo baluardo. Perché, per fortuna, quell’intreccio inimitabile di sei corde, cuore e cervello sfugge alla logica matematica di un programma per computer (e speriamo lo faccia per un bel po’).

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Ultima modifica mercoledì, 21 luglio 2010 09:32

Keith Richards 1Qualche volta parliamo di cifre. Dopo aver letto l’intervista di Enrico Ruggeri pubblicata su questo blog, Enzo Mazza, il presidente della Fimi che è la Federazione Industria Musicale Italiana, ha scritto un breve intervento che, facendo numeri incontrovertibili, disegna quanto sia grave l’impatto della pirateria in Italia. Nei settori di cinema, serie tv, musica e software, si parla di 1,4 miliardi di euro persi e 22.400 posti di lavoro bruciati. Ripeto: ventiduemila e quattrocento disoccupati. Naturalmente il settore musicale è a tutt’oggi il più colpito e da lì viene la maggioranza dei disoccupati. Tra poco, visto l’andamento fluido della pirateria (che diminuisce ma cambia forma), andranno a casa anche i dipendenti delle industrie cinematografiche e, in un futuro non tanto lontano, anche quelli della televisione (quello sarà il momento in cui chi di dovere inizierà davvero a preoccuparsi). In Europa si sono persi dieci miliardi di euro e 185mila posti di lavoro. E questo è il risultato, si legge, dello streaming online e del p2p illegale.

Qualcuno, per rancore contro le major, se ne fregherà o continuerà a pensare che sia giusto che decine di migliaia di persone perdano il lavoro, spesso senza colpa individuale, e che il danno economico sia incontestabilmente così mostruoso. Tanto per dire, le industrie “piratabili”, cioè quelle creative, in Europa sono il 6.9 per cento del Pil, cioè, in soldoni, 860 miliardi di euro.

Nel mio piccolo, credo che si debba andare oltre l’esame delle cause (colpa dei discografici, no colpa dei pirati, no della Siae, no dei governi) e iniziare a risolvere il problema. Si tratta di un problema gravissimo se, come è successo in Italia, persino un ministro dell’Interno (Roberto Maroni) può dire di scaricare illegalmente senza provocare la benché minima reazione concreta. E trovo incredibile che tanti ragazzi paghino Sky o Mediaset Premium per veder giocare gli strapagati Materazzi o Felipe Melo e non si sentano la coscienza sporca scaricando illegalmente le canzoni di loro coetanei che lavorano per anni solo per registrare un disco. E’ sempre così, l’ideologia legittima tutto. In questo caso, si crede che i discografici siano ladroni e quindi, per punire loro, si distrugge il settore. La pirateria è gravissima per la disoccupazione e anche per le conseguenze sulla musica in sé, privata della maggior parte degli investimenti e, quindi, della possibilità di individuare nuovi talenti. Se le cose continuano così, è molto difficile che vengano fuori band epocali come i Beatles o i Rolling Stones (nella foto Keith Richards) o chi volete voi. Perciò, per fortuna o purtroppo, adesso ci pensa la tv. L’importante è non scaricare brani a sbafo e poi lamentarsi dei talent show perché le due cose sono irrimediabilmente collegate: più pirateria ossia meno potere dei discografici e quindi più potere della tv.

In ogni caso, ecco l’intervento di Enzo Mazza.

“La società di ricerche Tera Cons. ha diffuso uno studio sull’impatto della pirateria digitale per l’economia del lavoro in Europa (la trovate su www.fimi.it/pdfddm/FINAL%20Executive%20Summary_Italien%20(3).pdf). Le industrie del cinema, serie tv, musica e software hanno registrato perdite pari a 10 miliardi di euro e 185 mila posti di lavoro. In Italia i danni sono stati di 1,4 miliardi di euro con 22.400 mila posti di lavoro persi. Dati preoccupanti che riguardano settori rilevanti per l’economia dei media.
Secondo lo studio, le industrie creative hanno contribuito per il 6,9% o circa 860 miliardi di euro al Pil dell’Unione Europea, con una quota del 6,5% dell’occupazione, pari a circa 14 milioni di lavoratori. In assenza di cambiamenti significativi nelle politiche governative, considerata la crescita delle perdite legate alla pirateria, si prevede che i posti di lavoro persi annualmente siano definitivi. La perdita secca per l’Unione Europea sarebbe di circa 610 mila unità entro il 2015, rispetto ai poco più di 185 mila nel 2008.
In un altro scenario, che tiene conto sia di streaming online che p2p ovvero l’impatto massimo della pirateria digitale, si prevede che il traffico dei consumatori sulle reti internet cresca più del 24%. Se la crescita della pirateria digitale nell’Unione Europea dovesse allinearsi su questo dato, il settore registrerebbe nel 2015 perdite per 56 miliardi contro i 10 miliardi del 2008. Posti di lavoro persi non compensati dalle professionalità che nascono grazie alle opportunità della rete e questo perché fino ad oggi internet non ha avuto uno sviluppo naturale dettato dall’innovazione in un contesto competitivo e sereno. Pensiamo solo alla musica: l’industria ha oggi una risposta in nuovi modelli distributivi, tipo iTunes, resta però un competitor senza regole: la pirateria. L’alternativa illecita, con punte fino al 95% della musica distribuita sulle reti digitali, è la grande incognita nel futuro sviluppo dei media. Se i governi non si impegneranno, il mercato non potrà consolidarsi. La musica è stata la prima a trovarsi di fronte alla diffusione senza regole che sta colpendo oggi anche altri settori. Spesso si afferma che internet deve essere libero, che l’accesso all’informazione deve essere salvaguardato, che tutti devono poter esprimere il proprio pensiero. Questo è corretto, ma non può trovare giustificazione nell’abuso di tali diritti. Non è censura quando un giudice «spegne» o limita l’accesso ad un sito che offre musica o film illegalmente. In Francia è stata adottata una normativa che mette al primo posto la tutela della cultura rispetto al diritto di accedere indiscriminatamente ai contenuti, fino a giungere al distacco di internet a coloro che scambiano contenuti illeciti. Nel Regno Unito il «Digital Economy Bill», oltre ad una politica per la diffusione di internet tra i cittadini, detta le regole per combattere la pirateria. I dati sui posti di lavoro persi nel settore creativo per la pirateria sono solo la faccia più drammatica, quella sociale, dei danni. Ma ve ne è un’altra: la riduzione degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo di nuovi talenti”.

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Ultima modifica mercoledì, 21 luglio 2010 09:32

RuggeriEnrico Ruggeri ha mandato a stendere gli attori. E chiama a raccolta gli altri cantanti. Immediato e preciso. E senz’altro in sintonia con quello che pensano in molti. L’altra sera Enrico Ruggeri ha visto in tv la cerimonia di consegna dei premi David di Donatello e ha seguito una per una tutte le lamentele degli attori e dei registi, dalla Sandrelli all’immancabile Bellocchio: dateci più soldi, governo irresponsabile eccetera. E ha sbottato: «Non si può battere sempre cassa, piuttosto difendiamo i nostri diritti».

Caro Ruggeri, finalmente qualcuno lo dice forte e chiaro.
«Premetto che a me piace il cinema italiano: è un mondo per il quale faccio il tifo».

Però.
«Bisogna anche accorgersi di quello che ci capita intorno: ci sono gravissime crisi economiche, il mondo sta cambiando. E occorre un senso di responsabilità diverso».

Ossia?
«La battaglia vera e moralmente corretta non è continuare a domandare soldi a uno Stato che, tanto più ora, ha giustamente priorità diverse».

Qual è allora la battaglia giusta, secondo lei.
«Quella che riguarda i diritti. Per noi cantanti, ad esempio, per quale motivo l’Iva su di un libro di Flavia Vento è al 4 per cento perché è considerato un prodotto culturale, mentre sui cd di De André o De Gregori, due nomi a caso, è al venti per cento perché i dischi sono considerati beni di lusso? E poi c’è la pirateria, che devasta sia musica sia cinema. Tra poco i cinema saranno vuoti e la gente si guarderà a casa in Dolby surround i film piratati. Perciò cantanti e attori ormai sono sulla stessa barca. E queste sono le battaglie da fare: non bisogna solo chiedere soldi».

La pirateria ha distrutto le case discografiche.
«Quando sono arrivato alla Cgd nel 1983, c’erano 670 dipendenti. Adesso è stata assorbita da altre aziende, ma i dipendenti saranno una ventina. È un disastro epocale ma se ne parla pochissimo. Se il De André del 2020 nel frattempo avrà cambiato mestiere, è perché le case discografiche non hanno più fondi per investire. Questo è un autentico problema che passa sempre in secondo piano».

Forse perché c’è un pregiudizio verso le major.
«Ci si lamenta sempre che i cd costino troppo cari. Ma avete mai comprato un giochino per la playstation? Costano carissimi ma nessuno dice niente. Eppure tra i due tipi di cose c’è una bella differenza. Voglio dire, le tremila lire che ho speso per ‘Sergent Pepper’s’ hanno un peso ben diverso rispetto a un giochino elettronico. Perciò non è questo il problema. Il nostro problema, nostro di cantanti e attori insieme, è la tutela dei diritti».

Però gli attori si fanno sentire. I cantanti no.
«Sì, il cinema è più corporativo della musica. Tutte le volte che si presenta un film, cominciano le lamentele. Noi invece protestiamo di meno, forse perché siamo sempre in tournée e tocchiamo con mano l’affetto della gente».

Voi sul palco in mezzo al pubblico. Loro sul set ma lontani dagli spettatori.
«E poi, come si sa, le proteste nascono più facilmente a cena tutti insieme piuttosto che alle tre di notte mangiando da soli un “Fattoria” all’Autogrill».

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Ultima modifica mercoledì, 21 luglio 2010 09:32

Definitiva Christina Aguilera questa volta non ha mezze misure. Guardate il suo nuovo video ‘Not myself tonight’ su Vevo.com oppure su sonymusic.it. La canzone è un martello techno dance con una linea di basso e tastiere che diventerà un classico nei club. E il video è un catalogo per esaltare gli uomini e aggiornare le donne su quelli che sono i nuovi estremi “pubblici” della sessualità. A partire dal testo, che esalta la perdita di controllo e di inibizioni, c’è di tutto: abbigliamento da lap dancer, pose da kamasutra, ogni tipo di ammiccamenti, evidenti accenni al sesso orale, baci lesbo, groviglio di corpi seminudi dentro una chiesa. Christina Aguilera, che due anni fa ha duettato addirittura con i Rolling Stones in Shine a light, il video diretto da Scorsese, ha cambiato pelle un’altra volta. Ora è ultra sexy. E dichiara guerra a Lady Gaga. Una guerra al rialzo (dell’eros). E al ribasso (del pudore). Ma è un video vietato ai minori d’età?? Oppure ai maggiori, che ormai sono annoiati da tutto questo erotismo a buon mercato??

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