Posts Taggato ‘palazzo chigi’


Arriva la prima foto ufficiale di Silvio Berlusconi in compagnia della sua fidanzata Francesca Pascale. La foto scattata per il settimanale “Chi” di Antonio Signorini è stata ripresa dal sito Dagospia. Il Cav e la sua Francesca sono stati immortalati già qualche volta insieme. Durante una cena in pizzeria oppure durante il Natale di Francesca a Villa San Martino. Questa però è la prima foto in posa. Il primo scatto voluto dalla coppia per ufficializzare la loro unione. Berlusconi aveva parlato di Francesca Pascale per la prima volta lo scorso dicembre a Domenica Live durante la famosa intervista con Barbara D’Urso. In quello occasione il Cav aveva dichiarato apertamente il suo amore per la Pascale: “Con Francesca mi trovo bene e sono sereno. E ha anche un ottimo rapporto con mia figlia Marina”. Ora questo scatto sancisce la loro unione. Magari questo amore cominciato e dichiarato poco dopo la discesa in campo di Silvio porterà fortuna al suo Pdl nella corsa verso palazzo Chigi.



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica venerdì, 18 gennaio 2013 08:35

 

Attenzione, in giro per l’Europa “c’è un matto che si crede Mario Monti“. Il nuovo affondo di Silvio Berlusconi sul premier e candidato centrista a Palazzo Chigi viaggia sull’ironia, ma è pesantissimo. Intervistato a Radio Anch’io, il Cavaliere di buon’ora ha iniziato le danze: ”O Monti pensa che gli italiani siano matti o c’è in giro un matto che crede di essere Monti…”, sottolineando le contraddizioni e le incertezze del professore, che avrebbe stipulato con il Pd ”un accordo per stare insieme” dopo il voto. “Gli italiani devono averlo presente: paghi uno e prendi due, voti Monti e prendi anche Bersani o voti Bersani e prendi anche Monti. Questo centrino è alleato, spalla, ruota di scorta del Pd”. E sul presunto endorsement per Monti del Partito Popolare Europeo, di cui fa parte il Pdl, Berlusconi è secco: “Quella del capogruppo Joseph Daul è stata una dichiarazione improvvida, che non rappresenta la posizione Ppe. Questo signore è uno dei 14 vicepresidenti del Ppe, che ha espresso una sua personale   valutazione”. “Evidentemente – aggiunge il Cavaliere a Euronews – Daul vorrà compiacere qualcuno in vista di una sua possibile carriera”. Insomma, Daul nel calderone dei vari anti-Berlusconi europei, da Schultz a Junker: “Non mi ha dato nomi di protagonisti stimati in Europa”, scherza il Cav con il giornalista che snocciola i precedenti. 

I veleni del professore – E Monti? Il professore dal canto suo, incassato il “ritardato morale” rifilatogli da Beppe Grillo, non ha perso occasione di criticare con la consueta nonchalance il governo che lo ha preceduto: proprio mentre l’Italia perdeva quote di export, ha spiegato, qualcuno pensava di “aprire uffici e ministeri a Monza”. Chiara stilettata all’asse Berlusconi-Lega Nord, tornata in auge in questi giorni. Nel rimarcare i propri successi sul piano internazionale, il professore ha fatto notare che “non basta una generica credibilità del Paese ma occorre un segnale di specifica attenzione a  singoli paesi esteri per fare la differenza. Spesso, ci è stato detto, sono sette, cinque, tre anni che non si vedeva un presidente del Consiglio, qualche volta un ministro italiano”.

“Reputazione riconquistata” - Dopo la nascita del governo nel novembre del 2011, “anche in tempi più brevi del previsto la reputazione dell’Italia come Paese, finanziariamente e più in generale, è stata ripristinata”, ha continuato Monti affondando ancora il coltello nella piaga. Non lo cita mai, Berlusconi, ma aleggia come un fantasma dovunque vada Monti. O forse come un incubo. 

 

 

 

 

 

 



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica mercoledì, 16 gennaio 2013 11:17

 

Galvanizzato dalla performance a Servizio Pubblico, Silvio Berlusconi davanti alle telecamere di Studio Aperto si dice convinto della vittoria. ”Non sono nuovissimo a exploit. Già nel ‘94 sconfiggemmo la gioiosa macchina da guerra di Occhetto” e “anche nel 2006 riuscimmo a recuperare”. 

Il Cav riconosce l’importanza della sua partecipazione ai solotti televisivi e ammette al tg di ItaliaUno: “Noi senza la trasmissione di Vespa e Santoro eravamo sotto di 7 punti. Non è una distanza incolmabile. Siamo convinti di vincere”, dice l’ex premier spiegando anche che si aspettava un boom di ascolto per Servizio Pubblico: “Non sa quante persone mi hanno sconsigliato di andare nella tana del leone. L’ascolto è stato al di là delle aspettative”, dice. Il leader del Pdl sottolinea come ora tutte le tv siano pronte a chiamarlo. Berlusconi si dice contrario ai dibattiti alla presenza di troppi candidati alla corsa di palazzo Chigi. “Il nostro avversario da battere è quello del Pd. Sarei felice di confrontarmi con Bersani“, afferma il Cavaliere.

Riguardo allla sua eventuale azione di governo nonha dubbi: “Serve un dietrofront alla politica di austerità, serve una politica nuova per sostenere lo sviluppo”. Poi ribadisce di essere pronto a stringere accordi con altre forze politiche dopo il voto. “Se gli altri partiti fossero d’accordo sulle riforme che noi sentiamo indispensabili, assolutamente sì”, conclude Berlusconi. 

 



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica sabato, 12 gennaio 2013 01:41

 

Una frase che ha il sapore di una resa. Pronunciata due giorni dopo la partecipazione di Silvio Berlusconi alla trasmissione “Servizio Pubblico” dal premier Mario Monti all’assembela di Libertà Eguale associazione liberal del Pd che si è svolta ad Orvieto. “Da molto tempo – dice Mario Monti – non sono più capace di fare relazioni introduttive ma probabilmente presto mi riaddestrerò per questo mestiere”. Il Prof sta cominciando a smorzare i toni e se, qualche giorno fa, sembrava certo di un successo elettorale, adesso sembra aver abbassato la cresta. Che abbia dato uno sguardo ai sondaggi? Il Professore, sembra aver acquistato la consapevolezza che presto indosserà nuovamente il suo loden da tecnico, uscirà da Palazzo Chigi per ritornare in cattedra. 

Contro destra e sinistra Il premier parla della crescente inadeguatezza degli schemi politici a livello nazionale, anche quella “quasi assorbente di destra e di sinistra”. Monti va oltre e individua la radice di “una certa crisi della politica europea negli stati membri con il riferimento spesso fuorviante all’asse destra-sinistra”. Poi prosegue: “Qualunque sia l’esito delle prossime elezioni auspico che si faciliti la cooperazione tra i punti riformisti che sono in ogni partito”. E ha aggiunto che nei partiti “si ritrovano esplicite forme di conservatorismo”, ma si è detto “non completamente d’accordo” con Antonio Funiciello, presidente dell’associazione Libertà Eguale, che aveva collocato Fassina, Vendola, Fini e Bocchino tra quanti hanno ostacolato le riforme: “Casini e Bocchino”, ha detto Monti, hanno costituito quella “componente che, forse per ragioni tattiche, ha creato meno problemi alle riforme iniziate e che hanno trovato limiti seri perchè conservatori da una parte e l’altra del parlamento hanno posto dei limiti”. Mentre su Vendola e Fassina: “Non l’ho potuto vedere all’opera in Parlamento, ma Fassina… Non è onorevole? Questo dimostra che i laureati alla Bocconi sanno far sentire la propria voce anche in quelle sedi in cui non sono presenti”.

 



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica sabato, 12 gennaio 2013 01:41

Un professore, sì, ma di scaricabarile. Mario Monti a Checkpoint, su Tgcom24, dà prova di equilibrismi verbali mica da ridere. Si parla di tasse e di Imu, e il premier ne approfitta per dare la colpa agli avversari (che fino a ieri lo hanno tenuto a Palazzo Chigi, ma ormai questa è storia): “Abbiamo aumentato le tasse a causa di alcuni irresponsabili”, cioè i governi che lo hanno preceduto e in particolare Silvio Berlusconi, che non ha inciso come doveva e anzi ha abolito l’Ici. D’altronde, ricorda Monti, “sono salito su un treno in corsa diretto verso il precipizio”. “Occorre rinnovamento” contro “chi blocca il Paese” (e qui chiama in causa la sinistra di Bersani e Vendola), è necessario “mobilitare i riformatori” per affrontare l’emergenza sociali. “La mia intenzione – ha ribadito l’ex rettore della Bocconi – è quella di ridurre le tasse” eliminando le strutture inutili e mettendo in campo “un piano sistematico” di abbattimento dei costi della politica.

Imu e prospettive “giuste”- Martedì l’Unione europea ha criticato la tassa sulla casa perché “non equa” e “poco progressiva”. L’Ue ha poi glissato precisando che non si trattava di una bocciatura, ma Monti per sicurezza ha scaricato le colpe: “L’Imu è stata richiesta proprio dall’Unione europea”. “La frase fondamentale dice che la tassa sugli immobili è stata introdotta su richiesta dell’Unione Europea – spiega in diretta, commentando il rapporto Ue – poi apprezza alcuni aspetti della forma di Imu adottata, e poi parla di progressività. Ecco messa nella giusta prospettiva questa ‘clamorosa’ notizia”. Per la “giusta prospettiva”, forse, occorrerebbe chiedere a Comuni e contribuenti.



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica mercoledì, 9 gennaio 2013 10:15

 

L’accordo tra Pdl e Lega c’è, ma basta il nome di Giulio Tremonti a scatenare il nervosismo. Nervosismo, naturalmente, proprio di Tremonti, che Roberto Maroni ha proposto come candidato premier. Ipotesi bloccata tra il serio e il faceto da Silvio Berlusconi, ospite di TeleLombardia ad Iceberg: ”Tremonti è persona particolare, molto intelligente ma difficile. Come ministro dell’Economia in Italia ce ne è uno solo migliore di lui: il sottoscritto”. Non a caso, è stato proprio il Cav a proporsi in questa veste, con Angelino Alfano a Palazzo Chigi. Questo perché al suo ex ministro “manca il talento di tenere unito il gruppo. Dopo poco che ci parli, capisci che Tremonti pensa: lui è un cretino e io sono intelligente, questo non fa fare squadra”. Dunque, tra Tremonti ed Alfano “meglio Alfano”. Replica gelida di Tremonti a Piazza pulita, su La7: “Sono cose che sapevo da tempo… Berlusconi all’Economia? Io lo vedrei meglio al ministero delle Attività produttive, così finalmente da ex imprenditore potrebbe far vedere quanto è bravo a produrre”.

 



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica martedì, 8 gennaio 2013 01:01

di Martino Cervo

Magari non sarà un «inganno», come lo chiama Silvio Berlusconi, ma non c’è un argomento come lo spread per misurare il differenziale tra una dose minima di ragionevolezza e il tono medio della campagna elettorale in cui stiamo entrando.

Si è cominciato male da subito, dopo la caduta del governo già spappolato del Cavaliere (novembre 2011), con frotte pidielline entusiaste di un differenziale coi titoli tedeschi che, nelle concitate settimane di fine anno, mica scendeva come sperava l’ex opposizione. La quale doveva prendere atto del fatto che no, a differenza di quanto diceva Rocco Buttiglione, le sole dimissioni di Berlusconi non «valevano 300 punti di spread». Poi tutto un balletto sfocato, con quel numerino che di colpo diventava estraneo alla politica oppure il suo perfetto termometro, a seconda di ciò che conveniva e malgrado la logica. Draghi interveniva facendo scendere il valore in piena estate? Ecco, è la prova che Silvio è stato travolto dall’ingiustizia, spiegavano i berlusconiani riluttanti nell’appoggio al Professore. No, è la testimonianza della ritrovata centralità dell’Italia con Monti, ribattevano i suoi più convinti sostenitori.

Quando poi il Cavaliere ha di fatto annunciato la propria ri-discesa in campo (8 dicembre), un sensibile ma non drammatico aumento di qualche punto di spread (poi riassorbito il giorno successivo) causò allarmismi al limite dell’incredibile (largamente ripresi per esempio a Ballarò), secondo i quali Berlusconi stava facendo aumentare istantaneamente le rate dei mutui con cui molti italiani erano e solo alle prese. Ha continuato sulla falsariga lo stesso presidente del Consiglio, sminuendo il peso delle decisioni del presidente della Bce, e iniziando proprio con lo spread la pagina web di palazzo Chigi dalla quale ha stilato un bilancio dell’attività di governo molto simile a un programma da campagna elettorale.

Ieri è stata un’altra giornata surreale giostrata attorno al numerino su cui da un anno e mezzo misuriamo il senso del nostro Paese nel mondo. Sulla scia dell’accordicchio raggiunto in America per rinviare il «fiscal cliff», infatti, le Borse europee sono schizzate verso l’alto, e lo spread tra il rendimento dei Bund tedeschi e quelli dei Paesi eurodeboli (Italia e Spagna) si è nettamente ridotto fin dai primi minuti dall’apertura dei mercati. Anche a un osservatore distratto e poco avvezzo a decrittare diagrammi finanziari appariva evidente il legame tra la frenata americana a pochi centimetri dal baratro fiscale e la reazione positiva dei mercati di mezzo mondo. Eppure è ricominciato il balletto. 

A condurre le danze il presidente del Consiglio dimissionario, aiutato da incredibili dispacci d’agenzia che sottolineavano come il differenziale avesse toccato «quota Monti», cioè il valore di 287 punti che, poche settimana fa, il Professore aveva indicato come soglia psicologica corrispondente alla metà del livello record del 9 novembre 2011, giorno clou della tempesta finanziaria e della nomina dello stesso premier a senatore a vita (allora il differenziale toccò i 575 punti base, con un insostenibile tasso del 7,48%). «Oggi lo spread tra BTP e Bund tedeschi ha finalmente toccato i 287 punti», cinguettava lo staff del Professore nel primo pomeriggio, e a stretto giro l’ex ministro Renato Brunetta attaccava: «E pensare che sul grande imbroglio degli spread, misuratore della credibilità del nostro Paese, qualcuno è diventato senatore a vita, presidente del Consiglio, si è fatto votare più di 50 fiducie e adesso pure si candida per vincere le elezioni». E giù, ad accapigliarsi sui meriti di Monti e le truffe ai danni di Berlusconi, in un disprezzo di memoria e ragione che porta Pdl (e Pd) a «dimenticare» di avere votato appunto le 50 fiducie al governo, e il presidente del Consiglio ad accentuare una lettura del tutto domestica dell’andamento di un differenziale che, giusto o sbagliato che sia, è legato all’andamento dell’economia globale e alla percezione di rischio ma è completamente sconnesso dalle nostre polemicuzze domestiche.

La recente esperienza dovrebbe aver tolto gli ultimi dubbi in merito: nel momento di massima confusione politica a meno di due mesi dal voto lo spread è a livelli distanti dalle soglie di pericolo (per quanto comunque alto). Ma ieri la giornata è stata quasi perfetta per mostrare l’inconsistenza dell’assunto tra saliscendi dello spread e campagna elettorale. Il valore italiano si è assestato a quota 283 punti, la Borsa ha sfiorato un rialzo del 4% (+3,81%). Madrid ha chiuso a +3,19%, e il differenziale tra Bonos e Bund è sceso a quota 361, cedendo oltre venti punti. Parigi? +2,55%. Londra e Francoforte hanno chiuso con rialzi sopra il 2%. Insomma, semplificando allo stremo, l’intesa traballante con cui l’America ha aumentato le tasse e rinviato un massacrante dibattito sui dolorosi tagli alla spesa (che dovrà effettuare di qui a due mesi) è servita a evitare una matematica recessione che avrebbe avuto conseguenze mondiali gravi, e i mercati hanno tirato un sospiro di sollievo in tutto il mondo e in particolare in Europa, contando sul fatto che una ripresa Usa possa essere agganciata un po’ da tutti. Non c’entrano Monti, Berlusconi, Bersani.

La discesa dello spread è inequivocabilmente una buona notizia per tutti. E, per carità, una campagna elettorale è una campagna elettorale, ed è quasi normale che si accentui ogni fatto per tirarlo dalla propria parte, o per gettarlo contro l’avversario. Un premier che esulta rivendicandone neppure troppo implicitamente il merito, però, è sicuro di contribuire alla «moderazione dei toni» di cui si è detto alfiere?



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica giovedì, 3 gennaio 2013 12:26

 

 

Mario Monti se ne va, si dimette, si toglie il loden e sale in politica. Le borse apprezzano l’uscita di scena del Prof e gli indici volano dopo essere stati giù per tanti mesi con il suo governo. E anche lo spread cala ancora di più. Nel primo giorno dell’anno di contrattazioni finanziarie il differenziale tra i Btp decennali e i bund tedeschi torna sotto la soglia dei 300 punti, a 288, da 321 punti con cui lo sperad aveva chiuso il 2012. In calo anche il differenziale calcolato sui Bonos spagnoli che arriva a 376 punti con un tasso del 5,17%. Per quanto riguarda i titoli italiani, si abbassa anche il rendimento del Btp decennale al 4,37%. Il merito ovviamente non è di Mario Monti ma va tutto all’accordo trovato dalla Camera Usa per evitare il tanto temuto fiscal cliff, il baratro fiscale. Le borse volano e accolgono con entusiasmo l’intesa tra repubblicani e democratici. 

Borse in volo –
 A metà mattinata a Piazza Affari indici in accelerazione crescita. Milano segna la prestazione migliore in Europa con Ftse Mib+3,31%, mentre il Ftse All Share avanza del 3,15%. Boom dei bancari con Intesa +5,1%, Bper +5,7%, Generali +4,8%, Mediolanum +4,1%, Fiat +3,1%. In Europa: Parigi +1,79%, Francoforte +2,01% e Londra +2% (con l’indice Ftse 100 al massimo da luglio 2011), Madrid +2,14%. In tutta Europa acquisti sul settore bancario. Monti deve dire solo grazie ad Obama. Non certo alla sua squadra di tecnici. 

 

 



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica mercoledì, 2 gennaio 2013 03:20

Franco Bechis

Non lo hanno lasciato lavorare. Mario Monti prende a prestito una delle lagne più classiche di Silvio Berlusconi, e usa il sito della presidenza del Consiglio dei ministri per farsi un po’ di campagna elettorale. È lì che ha inserito 12 schede, una corposa introduzione e una cinquantina di pagine per spiegare il gran lavoro fatto dal suo governo. E soprattutto quello (gran parte) che non  gli hanno lasciato fare. La colpa? Sempre del Parlamento, che ha le sue lungaggini, che da un anno gli cambia sempre tutto quel che il Professore aveva ideato in maniera congeniale e più volte ha votato emendamenti che lui ha dovuto ingollare. Per questo invece di essere un sobrio elenco del lavoro fatto da premier e ministri nell’ultimo anno, questa sorta di bilancio di Monti si trasforma in un capitolo aggiuntivo della sua agenda, in un vero e proprio programma politico aggiuntivo diffuso utilizzando le armi improprie della comunicazione istituzionale. È  quel che avviene – ad esempio – sul fisco. 

Nell’introduzione alle schede sul lavoro fatto Monti inizia così: «L’obiettivo è di ridurre di un punto e progressivamente la pressione fiscale, iniziando dalle aliquote più basse per dare respiro soprattutto alle fasce più deboli». Una buccia di banana, perché un governo che andandosene racconta con sobrietà le cose fatte, non indica obiettivi futuri: quelli sono propri di un programma politico, e non è Palazzo Chigi il luogo dove esporlo. Per altro l’idea di ridurre di un punto l’aliquota Irpef sui redditi più bassi era già venuta a Monti con la legge di stabilità. E infatti aveva inserito quella norma nel testo uscito nel cuore della notte dal consiglio dei ministri. Poi s’è scoperto che per finanziare quella riduzione fiscale, Monti aveva tagliato con la scure detrazioni e deduzioni fiscali, e per i contribuenti il danno subito sarebbe stato assai più rilevante del vantaggio proposto. Con saggezza i parlamentari hanno fatto saltare con i loro emendamenti la sciocchezza. Ma il premier deve avere la testa dura ed è lì a riproporla. Naturalmente senza dire come finanziarla, nella peggiore delle tradizioni dei partiti durante le campagne elettorali. Fa capire che qualche risorsa avrebbe potuto essere trovata con la delega fiscale e la riforma del catasto, due grandi idee che però non ha potuto fare diventare legge, perché il solito Parlamento cattivissimo gli si è messo di traverso.

Il tema è proprio quello: Monti per governare avrebbe voluto tanti Montini alla Camera e in Senato, in modo che nessuno potesse contestare una sua norma di legge o una riforma immaginata perfetta e quindi immodificabile. Che il Parlamento così come non sia andato giù al governo dei professori, si comprende bene dalla scheda sul lavoro fatto compilata da Dino Piero Giarda, che appunto è ministro per i rapporti con il Parlamento. Prima cosa: le Camere sono lente a prendere decisioni: così «spesso il governo, per accelerare i tempi di approvazione, ha fatto ricorso al voto di fiducia che è stata posta su 15 decreti e 4 disegni di legge». Seconda cosa: i parlamentari sono sempre lì a fare domande che fanno perdere tempo all’esecutivo: 317 interrogazioni a risposta immediata alla Camera e 18 al Senato. E poi, che cavolo di domande! «Da segnalare», si lamenta Giarda, «anche il carattere a volte troppo tecnico delle domande dei parlamentari, che non corrispondono alla logica politica dell’istituto». Domande tecniche a ministri di un governo tecnico? Devono essere proprio pazzi questi parlamentari!

E poi, questi rappresentanti di partito, sono verbosi. Pensate che le nuove leggi varate da Monti e pubblicate in  Gazzetta ufficiale sono uscite da Palazzo Chigi con solo 343.501 parole. Poi sono arrivate in Parlamento e alla fine quelle pubblicate avevano 517.771 parole! I vari partiti invece di bersi il verbo di Monti lo hanno corretto aggiungendoci ben 174.270 parole. Meno male che c’è Giarda che le ha contate! E a forza di contare il ministro si è un po’ intorcigliato, perché purtroppo ha contato anche il poco o nulla che il suo esecutivo ha fatto in tema di riforme. Un esempio che atterrisce? Eccolo: «Le 8 leggi di riforma prevedono 469 provvedimenti da attuare da parte delle amministrazioni». Giarda prima mette le mani avanti: l’80% delle norme varate non aveva bisogno di decreti applicativi. E fin qui lo hanno capito gli italiani: se metti una nuova tassa o alzi un’aliquota, quella scatta subito senza tanti complimenti e i contribuenti debbono solo pagare e stare zitti. Ma le grandi riforme no, hanno bisogno appunto di quei 469 decreti applicativi. E quanti ne ha varati Monti? Risposta: il 20%. Cioè nulla. Ecco perché gli italiani non si sono affatto accorti delle sue grandi riforme.

Giarda elenca anche il dettaglio dell’incompiuta: la parte riforme del salva-Italia, varato un anno fa, aveva bisogno di 89 provvedimenti attuativi. Ne sono stati varati 30, nemmeno la metà in un anno. Poi c’era la famosa legge slogan «Cresci-Italia». Servivano 62 provvedimenti attuativi, il governo ne ha varati appena 14, ed ecco perché invece di crescere l’Italia rincula. Legge «Semplifica Italia»? Aveva bisogno di 58 decreti attuativi, ne sono stati fatti appena 7, e l’Italia è restata complicata come prima. Un po’ meglio la semplificazione fiscale: 13 decreti approvati sui 38 necessari. Riforma epocale del lavoro di Elsa Fornero? Ventidue decreti attuativi previsti, ne è stato varato appena uno (riforma praticamente non in vigore). Prima spending review: varati 3 decreti sui 9 necessari. Il secondo decreto Sviluppo aveva bisogno di 82 decreti attuativi. Ne sono stati varati 9. Infine la spending review numero due: 109 decreti attuativi previsti, varati solo 16. Poi Monti dice che è colpa del Parlamento se le sue riforme sono in gran parte naufragate.  E invece la grande incompiuta è dovuta ai suoi ministri fannulloni. Che avrebbe potuto punire, grazie alla legge Brunetta…



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica mercoledì, 2 gennaio 2013 12:19

 

di Mario Giordano

Monti ha avuto un’idea: dice che bisogna ridurre le tasse. Non stiamo scherzando, l’ha detto davvero. Anzi l’ha scritto. E per scriverlo ha usato il sito ufficiale della Presidenza del Consiglio dei ministri, pubblicando un documento ufficiale e confondendo così ancora una volta il suo ruolo istituzionale con quello di capo corrente. È  giusto usare le strutture del governo per farsi propaganda di partito? È giusto far pubblicare un’«Analisi di un anno» che in realtà è un programma (pardon: agenda) pronto per le urne? Ed è giusto, soprattutto, riempirlo di balle così palesi che al confronto il Votantonio di Totò era un esempio di affidabilità? Eccolo là, il Professore: anni di retorica bocconiana, di  Cernobbio e rigore,  Bruxelles e workshop, buttati all’aria alla prima curva  della campagna elettorale. «Siate misurati», aveva chiesto Napolitano nella notte di San Silvestro. Ma poche ore prima Monti, dimenticato il loden, gli aveva già fatto una pernacchia.

Del resto: chi si loden s’imbroden, come dicevano i nonni, e Monti s’è imbrodato davvero tanto. Questa storia della campagna elettorale lo ha rovinato, probabilmente la trattativa con Cesa e Buttiglione gli toglie il sonno, i ragionamenti di alta politica con Stracquadanio gli fan perdere lucidità. Ormai non pensa ad altro che al 25 febbraio, pare che anche di notte sogni il seggio elettorale che porta il ciuffo come Montezemolo. 

Così le prova tutte: mette di mezzo il nipotino trasformandolo in un esperto di spread, si gioca il quadretto famigliare costringendo moglie e figli a prolungate passeggiate ora per Milano ora per Venezia, e soprattutto piega tutti i mezzi a sua disposizione per cercare di rosicchiare percentuali di consensi. Enrico Bondi era stato chiamato a Palazzo Chigi per la spending review? Chi se ne importa: selezioni le liste di Monti. La tradizionale conferenza stampa di fine anno è sempre stata territorio neutrale? Chi se ne importa: diventi un predellino per attaccare Berlusconi. E il sito della Presidenza del Consiglio è luogo istituzionale? Chi se ne importa: diventi l’organo ufficiale di Forza Monti.

Travolto dall’ebbrezza elettorale,  il Professore fa pubblicare così sul web istituzionale di Palazzo Chigi  un documento di otto punti che è falso fin dal titolo: «Analisi di un anno di governo». In effetti è falso perché è chiaro che non di analisi si tratta, ma di pura promessa: dall’Europa allo spread, passando per servizi pubblici e liberalizzazioni, Monti più che rendere conto di quel che (non) è stato fatto, promette che potrà fare. E il punto sublime lo si raggiunge proprio nel capitoletto dedicato alle tasse dove l’ormai spudorato premier uscente scrive (lo riporto testualmente perché se no non ci credete): «L’obiettivo è di ridurre di un punto e progressivamente la pressione fiscale». Se siete ancora vivi, riprendetevi: un momento di umorismo così alto non lo si raggiungeva dai tempi eroici di Oggi le Comiche.

Ridurre la pressione fiscale? Di un punto? Davvero? Ne sei convinto, Professore? Bravo, siamo felici. Ma allora dicci un po’: perché non l’hai fatto finora? Anzi di più: perché finora hai detto che era impossibile farlo? Perché fino all’altro giorno irridevi chi diceva che si può togliere l’Imu? Togliere l’Imu sulla prima casa (se non andiamo errati) costa meno di 4 miliardi. Ridurre di un punto la pressione fiscale (sempre salvo errori) dovrebbe valerne almeno 7. E allora perché non si può togliere l’Imu sulla prima casa ma si può ridurre la pressione fiscale? Chi stai pigliando in giro, Professore? E se davvero pensi che sia giusto ridurre le tasse, perché nei documenti ufficiali del governo scritti solo qualche settimana fa, prima della tua discesa in campo, era previsto un aumento della pressione fiscale nel 2013 dal 44,7 al 45,3%? Dicci un po’, Giano Bi-Monti, quale delle due facce è vera? Quella del premier severo che prevede lacrime e sangue o quella del politico da comizio che fa promesse senza spiegare come riuscirà a mantenerle? E soprattutto:  questa schizofrenia politico-istituzionale dovrà durare a lungo? Fino a quando dovremo sopportare le spericolate acrobazie di  Dottor Imu-Jekyll e  Mister Candid-Hyde? 

Purtroppo in questi anni alle promesse vane dei politici ci siamo abituati. Figuriamoci se ci impressiona l’ultimo arrivato, via Bocconi-Merkel,  nella carovana dei comizianti. Però, va detto che di svergognati come il Professore se n’erano visti pochi finora. Prima di tutto, come si è detto, per l’uso smodato dei mezzi istituzionali,  senza timore di far diventare la Presidenza del Consiglio un palco per la propria propaganda, infischiandosene fra l’altro degli alti richiami capodannizi del Colle. E poi per il contenuto di questo messaggio che sembra una vera e propria presa per i fondelli (se i fondelli non si offendono per l’accostamento). Infatti ieri, 1 gennaio 2013, mentre Monti diceva che bisogna ridurre le tasse, gli italiani apprendevano che grazie a Monti nel 2013 avrebbero pagato: a) tre nuove tasse (Ivie, Tares e Tobin Tax); b) almeno quattro tasse più care (l’Iva che passerà dal 21 al 22 per cento, il canone Rai che passerà da 112 a 113,5 euro, l’imposta sui conti depositi che passerà da 16 a 25 euro e la tassa aeroporti da 16 a 25 euro); e infine c) una raffica di aumenti dal gas (+1,7%) alle autostrade (+2,9%), dall’acqua (26 euro in più a famiglia) ai francobolli, dalle multe (+5,9%) all’Rc Auto (+5%). Capito? A conti fatti è  un po’ come se Attila, mentre devastava l’Impero Romano, avesse avuto l’impudenza di dire: oh, ragazzi, qui bisogna far crescere un po’ d’erba. Razza d’un barbaro,  gli avrebbero risposto, guarda che se non cresce l’erba è colpa tua che sei un flagello di Dio (con il consenso di Bagnasco). Ma, flagello per flagello,  almeno Attila aveva il buon gusto di non nascondersi dietro i velluti di Palazzo Chigi: preferiva gli scudi dei guerrieri agli scudi crociati. E faceva campagne militari, mica campagne elettorali alle vongole insieme a Montezemolo e al Fli. 

 



Notizie tratte da Libero-News.it – Visita il sito dell’Autore

More
Tag:,   |  Postato in Notizie  |  Commenti  Nessun commento
Ultima modifica mercoledì, 2 gennaio 2013 09:16