Posts Taggato ‘palazzo madama’


 

Tutti a guardare gli altri dall’alto, nel “centrino”. Il primo è stato il Prof Mario Monti, quando a detto che lui 2saliva” e non “scendeva” in politica. Offrendo il destro a bersani che ieri ha detto che il premier uscente “guarda tutto sempre dall’alto”. E poteva essere da meno l’alleato Pier Ferdinando Casini? No. E infatti, oggi, il leader dell’Udc che già fu presidente della Camera dei deputati tra il 2001 e il 2006, sogna nientemeno che la seconda carica dello Stato, la poltrona di presidente del Senato. “Non escludo niente. Sono candidato al Senato per un motivo eminentemente personale e esistenziale. Sono stato tanti anni alla Camera, ho amato quel posto anche fisicamente, ma ritenevo giusto cambiare, non edificio ma motivazioni”. Ospite di Omnibus su La7 e ncalzato dai giornalisti in studio, il leader centrista aggiunge: “Vado al Senato anche per sentirmi giovane, tra i senatori, visto che Silvio Berlusconi dice che sono matusalemme. Io sarò appagato se eletto senatore. E poi – aggiunge sullo scranno più alto di Palazzo Madama – chi vivrà vedrà”.

 



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Ultima modifica lunedì, 21 gennaio 2013 11:44
Pdl e Lega avanti nei sondaggi in Lombardia, Veneto e Sicilia: Silvio Berlusconi e Bobo Maroni sorridono e rifilano una mazzata alle ambizioni di Pierluigi Bersani e Mario Monti. In attesa di capire quanto peso avranno, da una parte e dall’altra, le liste pulite e le esclusioni eccellenti, l’ultimo sondaggio del Corriere della Sera parla chiaro: al centrosinistra, delle regioni-chiave (quelle cioè che assegnano un numero consistente di seggi al Senato), andrebbero per ora “solo” Veneto e Sicilia. Ma attenzione, proprio nell’isola ci sarà da valutare il “travaso” verso il centrodestra che presumibilmente ha determinato l’eliminazione dalla lista dei candidati del potentissimo Vladimiro Crisafulli, Ras del Partito democratico siciliano.

Incognita Cosentino – La partita, com’è chiaro, si giocherà a Palazzo Madama. I sondaggi, infatti, non cambiano almeno per il momento gli equilibri a livello nazionale: Bersani e il Pd salvo altri miracoli del Cavaliere saranno primo partito con conseguente 55% dei seggi assegnato alla Camera dal Porcellum. Ma la legge elettorale al Senato mescola le carte. Altra incognita pesante: cosa farà il Pdl con Nicola Cosentino? In Campania, per il momento, è ancora avanti il centrosinistra. Berlusconi ha più volte detto ai suoi che con certi impresentabili in lista si rischia di perdere un milione di voti. Troppo? Di sicuro, Cosentino in casa sua comanda, e tanto.

Tutti i numeri, regione per regione – Il sondaggio, si diceva, I divari, in generale, non sono clamorosi. In Lombardia il centrosinistra è a quota 34,5% contro il 36,7% del centrodestra. Monti è fermo al 14,9. In Veneto Pdl e Lega guidano col 33,9%, il centrosinistra al 30%, Monti al 17,4. In Sicilia testa a testa: 29,6% per il centrodestra, 28,6% con il Movimento 5 Stelle terzo partito davanti a Monti: 18,3% contro il 16,6. In Campania guida il centrosinistra con il 32,5%, centrodestra fermo al 27,9. Meno netto il divario in Puglia, con Bersani al 33% e centrodestra al 29,2.



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Ultima modifica lunedì, 21 gennaio 2013 08:43

Il Professore punta al trenta. Chissenefrega della lode. A Mario Monti basta un dieci per tre. Ma niente voti universitari. Sul piatto ci sono i senatori. E se trenta non saranno, il peso dei “centrini” a Palazzo Madama risulterebbe ininfluente. Trionfo o disfatta. Tutto sta nel “trenta”, che in termini percentuali si traduce in un tondo 15 per cento. Se Monti, Casini, Fini e montezemolini restassero sotto questa soglia, e soprattutto se Silvio Berlusconi, oltre che in Lombardia e Veneto vincesse anche in Sicilia e Campania, per il Professor-inciucio (con Pier Luigi Bersani) il futuro politico sarebbe un incubo. Di fatto, anche in caso di intesa tra centrini e Pd, la maggioranza al Senato sarebbe nella migliore delle ipotesi risicatissima. Bersani non potrebbe fare il governo e Monti nemmeno la stampella. Una sorta di riedizione (ribadiamo: nella migliore delle ipotesi) della “vittoria” di Romano Prodi nel 2006, un “trionfo” appeso alle bizze di un Turigliatto qualsiasi.

Se il “centrino” conta – Le cifre preoccupano Bersani, ma soprattutto Monti. Non a caso, come rivela il Corriere della Sera, il Professore consulta ossessivamente diverse simulazioni sulla distribuzione dei seggi al Senato. Nel dettaglio, i report contemplano tre casi. Il primo ipotizza la vittoria del centrosinistra in tutte le regioni tranne Lombardia, Veneto e Sicilia. Con questo scenario Bersani e compagni avrebbero 148 seggi, dieci seggi sotto la maggioranza; i trenta centrini sarebbero fondamentali per garantire il varo dell’esecutivo, rendendo impotenti i 106 senatori del Pdl. Anche il secondo scenario vede il Professore determinante, anzi ancor più determinante. Se Berlusconi conquistasse l’intero quadrilatero (aggiungendo la Campania a Sicilia e Lombardo-Veneto), arriverebbe a 116 seggi contro i 138 di Bersani.

Scenario-Turigliatto – Vi è infine il cosiddetto scenario-Turigliatto. Che, per inciso, è anche quello accreditato delle maggiori chance di trasformarsi in realtà. Un incubo, per il centrosinistra. Una vittoria, per Berlusconi, dato per spacciato troppo presto. In questo caso tutto dipende dal Professore: sarà in grado di mantenere le posizioni di cui viene accreditato e avvicinarsi al 15% alle urne? Difficile crederlo. E se ottenesse meno del 15%, Monti otterrebbe soltanto una ventina di seggi al Senato. Se il Cavaliere conquistasse le quattro regioni chiave, di fatto, il risultato della sfida verrebbe rovesciato. Per Pd e compagni sarebbe come nel 2006: i 138 senatori di Bersani e i venti del Professorre arriverebbero a stento, o addirittura rimarrebbero sotto, alla quota necessaria per la maggioranza. La governabilità, di fatto, passerebbe per un difficile accordo con il Pdl e con i suoi 126 ipotetici senatori. 



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Ultima modifica sabato, 19 gennaio 2013 11:36

Era stato uno di quelli che aveva scommesso sulla fine del Cavaliere. Tanto convinto della fine di Berlusconi e del Pdl da dire in una intervista al Corriere della Sera del 14 luglio 2012 che l’ex premier era ormai al tramonto e da definire il PdL un partito che non esiste, annunciando quindi l’abbandono del gruppo parlamentare azzurro e la sua adesione al Gruppo Misto. E pensare che Giorgio Stracquadanio, nei suoi primi sei anni di attività parlamentare, si era guadagnato il grado di “falco berlusconiano”: uno che si era detto favorevole alle cosiddette leggi ad personam, un sostenitore del no al dissenso all’interno del Pdl, uno che aveva detto che il famigerato “editto bulgaro” avrebbe dovuto contenere più nomi (oltre a quelli di Biagi e Luttazzi). Poi, il progressivo allontanamento e l’avvicinamento a “fermare il declino” di Oscar Giannino, la nascita di Italia Libera, nuovo soggetto politico vicino a Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo e Andrea Riccardi e al progetto della Lista per l’Italia di Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini (nei confronti del quale e della vicenda della casa di Montecarlo si era detto favorevole all’utilizzo di un “metodo Boffo”) per continuare l’esperienza politica del Governo Monti. Infine, nel dicembre 2012, aderisce ufficialmente all’Agenda Monti per l’Italia, il nuovo movimento politico di Mario Monti. senza cavarne un ragno dal buco, ossia un posto in lista.

Intervistato da Il Fatto quotidiano, Stracquadanio racconta i retroscena della trattativa coi montiani nella formazione delle liste, prima per la Camera, poi per il Senato (nella quale, dice, intervenne a un certo punto anche Formigoni, che voleva da Monti un posto sicuro a Palazzo Madama, che gli ha poi dato Berlusconi). Fino al momento in cui ha capito che era fuori da tutto. “Ora dara l’addio alla politica?” gli chiede il Fatto. “Per niente – risponde lui – sono già al lavoro. sono già al lavoro. Ho un ruolo di primo piano al fianco di Albertini per le regionali in Lombardia. Mi ha chiesto di candidarmi ma ho detto no, preferisco coordinare la campagna elettorale”. 


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Ultima modifica giovedì, 17 gennaio 2013 05:22

Era stato uno di quelli che aveva scommesso sulla fine del Cavaliere. Tanto convinto della fine di Berlusconi e del Pdl da dire in una intervista al Corriere della Sera del 14 luglio 2012 che l’ex premier era ormai al tramonto e da definire il PdL un partito che non esiste, annunciando quindi l’abbandono del gruppo parlamentare azzurro e la sua adesione al Gruppo Misto. E pensare che Giorgio Straquadanio, nei suoi primi sei anni di attività parlamentare, si era guadagnato il grado di “falco berlusconiano”: uno che si era detto favorevole alle cosiddette leggi ad personam, un sostenitore del no al dissenso all’interno del Pdl, uno che aveva detto che il famigerato “editto bulgaro” avrebbe dovuto contenere più nomi (oltre a quelli di Biagi e Luttazzi). Poi, il progressivo allontanamento e l’avvicinamento a “fermare il declino” di Oscar Giannino, la nascita di Italia Libera, nuovo soggetto politico vicino a Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo e Andrea Riccardi e al progetto della Lista per l’Italia di Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini (nei confronti del quale e della vicenda della casa di Montecarlo si era detto favorevole all’utilizzo di un “metodo Boffo”) per continuare l’esperienza politica del Governo Monti. Infine, nel dicembre 2012, aderisce ufficialmente all’Agenda Monti per l’Italia, il nuovo movimento politico di Mario Monti. senza cavarne un ragno dal buco, ossia un posto in lista.

Intervistato da Il Fatto quotidiano, Straquadanio racconta i retroscena della trattativa coi montiani nella formazione delle liste, prima per la Camera, poi per il Senato (nella quale, dice, intervenne a un certo punto anche Formigoni, che voleva da Monti un posto sicuro a Palazzo Madama, che gli ha poi dato Berlusconi). Fino al momento in cui ha capito che era fuori da tutto. “Ora dara l’addio alla politica?” gli chiede il Fatto. “Per niente – risponde lui – sono già al lavoro. sono già al lavoro. Ho un ruolo di primo piano al fianco di Albertini per le regionali in Lombardia. Mi ha chiesto di candidarmi ma ho detto no, preferisco coordinare la campagna elettorale”. 



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Ultima modifica giovedì, 17 gennaio 2013 05:22

Una bomba che rivela tutta la bassezza e la paura del Partito Democratico. Paura di perdere – ancora -, ovviamente. E la bomba la sgancia il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando: “Dario Franceschini mi ha contattato questa mattina a nome del Pd e mi ha proposto un accordo di desistenza, cioè mi ha chiesto di non presentare le nostre liste in regioni chiave quali la Sicilia, la Campania e la Lombardia – ha spiegato -. Credo siano molto preoccupato per la continua crescita della nostra Rivoluzione civile”.

Regioni in bilico – Il movimento di Ingroia, secondo i sondaggisti, è accreditato di un risultato tra il 3 e il 6 per cento. Numeri fondamentali per Pier Luigi Bersani e compagni, terrorizzati dalla sempre più probabile ipotesi di un pareggio al Senato: il Pdl, infatti, sarebbe avanti in Lombardia di 4 punti, e senza la Regione del Nord avere la maggioranza a Palazzo Madama è impresa pressochè impossibile. Quindi il Pd ha provato a giocare sporco, chiedendo a Ingroia di non presentarsi nelle regioni più importanti e ballerine, nella speranza che i voti per il pm prezzemolino, in automatico, finissero a Bersani.

La smentita di Franceschini – Da par suo, il capogruppo alla Camera dei democrat, Dario Franceschini, ha negato: “Nessuna proposta di patto e nessuna desistenza. Le cose che ho detto a Orlando sono le stesse che ho detto pubblicamente in due interviste questa mattina. Mi pare fin troppo evidente come non vi sia alcun spazio per una qualsiasi forma di accordo politico con la Lista Ingroia, anche per rispetto delle legittime ma profondamente diverse posizioni politiche tra noi e loro”. Quindi la mezza ammissione: “Ho fatto una semplice constatazione aritmetica più che politica per come è fatta la legge elettorale al Senato, nelle regioni in bilico, come Lombardia, Sicilia e Campania, la presenza della Lista Ingroia rischia di far vincere la destra, rendendo il Senato ingovernabile. Tutto qui. Nessuna proposta di patto o desistenze”, garantisce Franceschini.



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Ultima modifica lunedì, 14 gennaio 2013 07:51

La rimonta si fa sempre più concreta. Silvio Berlusconi è galvanizzato. La sinistra è terrorizzata. Ogni istituto di rilevazione offre i suoi sondaggi. I distacchi e le percentuali variano, ma tutti sono concordi su un punto: il Pdl guadagna terreno. L’ultima conferma arriva dall’anticipazione del sondaggio Emg di La7, offerta da Enrico Mentana su twitter: “La coalizione di Bersani perde il 2,9% rispetto a quattro settimane fa. Quella di Berlusconi guadagna il 2,6%. Il distacco è di 9,5 punti”. Secondo i sondaggi in mano a Berlusconi – lo ha spiegato lui stesso sabato – dopo il “match” con Santoro il divario si sarebbe ridotto fino a 7 punti percentuali. Ripescando i dati di quattro settimane fa del sondaggio di Mentana, il calcolo è presto fatto: il Pd passa dal 32,9% al 30% preciso, mentre il Pdl passa dal 16% al 18,6 per cento.

E in Lombardia… – La rilevazione del TgLa7 arriva il giorno successivo il sondaggio sparato in apertura del Corriere della Sera di domenica 13 gennaio. Secondo quanto scritto da Mannheimer, il Pdl e la Lega Nord sarebbero avanti di quattro punti in Lombardia, l’Ohio italiano, ossia la Regione senza la quale è pressochè impossibile avere la maggioranza al Senato. Secondo il Corsera, la coalizione guidata da Berlusconi avrebbe recuperato circa tre punti in Lombardia rispetto alla rilevazione effettuata da D’Alimonte sul Sole 24 Ore dello scorso 8 gennaio. Così, in questo scenario, oltre ad assicurarsi il governatore della Regione (Gabriele Albertini, infatti, ruberebbe più voti a sinistra che a Roberto Maroni), otterrebbe 27 seggi al Senato (il Pd solo 12) scongiurando la possibilità che la sinistra abbia la maggioranza anche a Palazzo Madama.



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Ultima modifica lunedì, 14 gennaio 2013 04:50

Pier Luigi Bersani è riuscito in un’impresa tipica del centrosinistra: vincente all’alba della campagna elettroale, perdente con scricchiolio inquietante a un mese dal voto. Dopo la presentazione delle liste e degli apparentamenti sono chiare alleanze e le startegie per la partita a Risiko che si gioca al Senato. Un dato è chiaro, nelle regioni chiave per avere una maggioranza a palazzo Madama Pier rischia una sonora sconfitta che lo inguaia. 

In un’intervista a La Repubblica Bersani ha bacchettato Casini: “La teoria di Pierferdinanado che comanda chi prende meno voti la considero insostenibile oltreche inaccettabile”. E su questo punto Bersani ha ragione da vendere, se non fosse che anche lui con una partita maledettamente in bilico, si sente premier senza avere i voti. Ormai il vantaggio sta scendendo di giorno in giorno e un presidente del Consiglio senza maggioranza ala Senato non può governare. Con il porcellum il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale. In pratica basta perdere di poco per vedere gongolare l’avversario che si porta a casa un vagone di seggi.

Perdente ovunque –  In Lombardia, come ga già ricordato ieri un sondaggio di Renato Mannheimer il Pd è sotto. E di brutto. Oggi secondo una rilevazione Ipso all’ombra del duomo il centrodestra è al 35,7 e il centrosinistra al 32,3. Dunque lì Berlusconi si porta a acsa la partita. 27 seggi contro 12. Anche in Veneto le cose non vanno bene. Sulla laguna il centrodestra viene dato al 30 per cento e il premio dà 14 seggi a Silvio. Ma non è solo la Lombardia a togliere il sonno a Bersani. Scendendo più a sud c’è la Campania dove Ingroia fa il guastafeste e alimenta la voluptas dolendi del centrosinistra. Lì Bersani deve vincere ma rischia grosso. L’ex pm sta praticamente annullando il vantaggio del centrosinistra e Silvio si prepara a prendere i seggi che gli permetterebbero un clamoroso pareggio. 

Sicilia decisiva - La vera novità però è quella siciliana. Tra Palermo e Catania la partita si è ribaltata. Basti ricordare che il Pd solo 3 mesi fa ha vinto la sfida alale regionali con Rosario Crocetta approfittando di un centrodestra spaccato tra Musumeci e Miccichè. Ora che tutto è più chiaro dopo la presentazione delle liste, il Pdl e i suoi alleati vengono dati al 27 per cento e il centrosinistra solo al 22. In pratica con questi numeri Berlusconi si porta a casa Lombardia, Sicilia, Campania e Veneto. Bottino pieno. Bersani deve vincere almeno in due di queste per portarsi una maggioranza risicata al Senato. Al centrosinistra basta perdere in Lombardia e Campania per avere 153 seggi contro una maggioranza minima di 158. Se dovesse finire così sarebbe la più cocente sconfitta della sinistra degli ultimi vent’anni. E Silvio lo sa.



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Ultima modifica lunedì, 14 gennaio 2013 04:50

Il Pdl ha presentato al Viminale due simboli per la sfida del 2013. In tutta Italia il partito di via dell’Umiltà correrà per Camera e Senato con la   scritta ‘Il Popolo della Libertà Berlusconi Presidente’. Mentre nelle  circoscrizioni estere di Camera e Senato compare la dicitura ‘Il Popolo della Libertà – Centrodestra Italiano’. A consegnare i simboli è stato il responsabile nazionale elettorale del partito Ignazio Abrignani. Sono stati presentati anche il programma e gli ‘apparentamenti’.

Guarda i simboli nella Gallery 

Montecitorio – La coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi è composta da nove partiti schierati per Montecitorio e quattordici per il Senato. Alla Camera al Pdl si affiancano Lega Nord, la formazione politica autonoma di Raffaele Lombardo, Mpa-Pds; ‘Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale” del tridente La Russa-Meloni-Crosetto; il ‘Mir’ dell’imprenditore Samorì; “La Destra” di Francesco Storace; “Intesa popolare” di Giampiero Catone; i “Pensionati” di Fatuzzo, “Liberi da Equitalia”, “Basta tasse”, “Popolari Italia Domani”, “Potere ai cittadini”, “Rinascimento italiano”, “Grande Sud”

Palazzo Madama – Al Senato, invece, corrono il Pdl, la Lega Nord, Grande Sud, Fratelli d’Italia, Pensionati, la Destra, Intesa popolare, Liberi da Equitalia, Mir.

Maldipancia padano - “Berlusconi è il presidente del Pdl”. Così il segretario federale della Lega nord, Roberto Maroni, risponde alla base leghista che non ha gradito il simbolo del Pdl per le prossime elezioni politiche in cui compare la scritta ‘Berlusconi Presidente’ benchè dagli accordi presi fra Pdl e Lega non sia ancora emerso chi sarà il candidato alla presidenza del Consiglio per il centrodestra. A chi gli chiedeva se ci potranno essere dei fraintendimenti Maroni ha risposto: “Non temo nulla”. A margine della presentazione del suo ultimo libro a Melegnano, Maroni sui confronti televisivi fra i candidati per le prossime elezioni nazionali ha spiegato che in tv   “ci va chi ci vuole andare. La legge prevede che sia il capo della   coalizione. C’è un regolamento fatto per i duelli televisivi che parla chiaro. Si applichi quel regolamento”. Infine sul simbolo della Lega nord che presentava la scritta ‘Maroni presidente’, ritirato al Viminale, il segretario federale  della Lega ha sottolineato: “è stato presentato per evitare quello che è successo a Monti e a Grillo, quindi a scopo precauzionale per evitare che qualcuno si presentasse con un simbolo con la parola ‘Maroni’ per rubacchiare qualche voto”.

 



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Ultima modifica lunedì, 14 gennaio 2013 10:48

Dopo la morte di Rita Levi Montalcini comincia il toto-nomi per un posto da Senatore a vita. L’ultima indiscrezione arriva da Giuliano Ferrara che annuncia l’imminente nomina di Eugenio Scalfari: “Credo sia imminente la nomina dell’autorevole Fundador a senatore a vita. Il Fundador ha faticato per la bisogna. Dovrebbe solo centellinare le laudi a Napolitano, che alla fine sono diventate un po’ stucchevoli”. Ma a quanto pare Eugenio Scalfari non entrerà, almeno per ora a Palazzo Madama. Il presidente della Repubblica chiude le porte. Re Giorgio ha spiegato di “non poter esercitare con la dovuta ponderazione e serenità questa prerogativa a così breve distanza dalla fine del settennato”. I giochi al Senato sono troppo delicati. E al Pd di Bersani un senatore in più fa comodo. Così Scalfari sembra una delle piccole stampelle che nel caso di una vittoria di Pirro del segretario del Pd, possono servire ad avere la fiducia anche al Senato. Napolitano dice no. E così Scalfari resta fuori. Il no ovviamente è anche rivolto a Marco Pannella. Il suo nome era stato fatto nelle scorse settimane, soprattutto dopo il suo sciopero della fame e della sete per la condizione delle carceri italiane. 

La corsa al colle - E mentre si parla di Senatori a vita arriva anche il momento di pensare al prossimo inquilino del Colle. Il nome caldo è quello di Mario Monti. Il Prof era stato lanciato verso il Quirinale prima della sua salita in politica. Ora i giochi sono cambiati e dopo il “no” di Silvio Berlusconi, arriva il “ni” di Bersani: “Il partito democratico non ha preclusioni all’ipotesi di eleggerlo al Quirinale, anche se l’eventualità adesso è meno probabile per le scelte politiche del premier. Del resto, è lo stesso Monti adesso a escludere questa possibilità”. E anche Grillo dice la sua: “Chiunque verrà dopo Napolitano sarà un successo”.



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Ultima modifica venerdì, 11 gennaio 2013 04:29