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Una gufata bella e buona. E per giunta ufficiale, perché fatta dalle colonne “istituzionali” del Corriere della Sera. Il due volte ex premier Romano Prodi, grande vecchio del centrosinistra, cita quanto gli accadde nel 2006 per ricordare al suo aspirante successore Pierluigi Bersani che il rischio pareggio al Senato è concreto. Anzi, concretissimo, perché il Pdl è in grande rimonta e tutto dipenderà dall’esito delle tre regioni-chiave Lombardia, Sicilia e Campania. “Le analogie con il 2006 ci sono, eccome”, dice Bersani, anche se non c’è più il muro contro muro con il solo Silvio Berlusconi. “Ora la platea dei soggetti è diversa, più variegata”, spiega, riferendosi non tanto al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, quanto al fronte centrista di Mario Monti, che potrebbero giocare un ruolo decisivo negli equlibri politici a palazzo Madama. ”Se nessuno prevale -sottolinea Prodi – è chiaro che si apre la strada ai compromessi. E’ normale: in Germania, dove da tempo non c’è un partito dominante, la via è quella delle coalizioni. Stessa cosa, stavolta, potrebbe avvenire da noi”, tra il centrosinistra e i montiani: “Possibile. Dipenderà dalla campagna elettorale, se sarà o no particolarmente sanguinosa”, osserva l’ex presidente del Consiglio che poi critica la legge elettorale. Quello stesso Porcellum che gli miste i bastoni tra le ruote nel 2006: “E’ la peggiore legge elettorale della storia della nostra Repubblica, deforma la realtà. A guardare i risultati di Camera e Senato sembra di votare in due differenti Paesi”.



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Ultima modifica mercoledì, 9 gennaio 2013 01:16

 

Umberto Bossi tornerà a palazzo Madama. E’ questo il regalo che gli ha preparato Roberto Maroni. Il segretario della Lega Nord ha già spodestato re Umberto dalla leadership del partito, ma non gli negherà un altro giro in parlamento. Bossi appare come un leader sul viale del tramonto. Malato e schiacciato sotto il peso degli scandali della Lega e della sua famiglia cerca il buen ritiro al Senato. Con lui è pronto ad entrare il lista anche Roberto Calderoli. La Lega si ricompatta sui nomi storici e prova nuovamente la scalata alla campagna elettorale. Bossi è entrato in parlamento per la prima volta nel 1987 all’età di 46 anni. Ora prova a tornarci a 71 anni. L’obiettivo è quello di compattare il partito sui nomi dei big per evitare una preoccupante fuga di voti. Bossi è comunque figlio della prima Repubblica. E’ stato il precursore di quel senso di contesatzione anticasta e anti centro di potere che oggi viene interpretato e rivisitato da Beppe Grillo. Bossi è stato la verà novità della politica italiana degli anni novanta. Ha saputo ascoltare la pancia dell’elettorato del nord cercando di seguire un percorso politico quanto più coerente con le ideologie territoriali del suo partito. Vittorie, ma anche tante sconfitte. Un federalismo a metà e una secessione solo minacciata per ottenre 10 chiedendo 100. Ora si ritroverà ancora una volta al Senato. IL “Senatur” è pronto a tornare. 

 

 

 

 

 



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Ultima modifica mercoledì, 9 gennaio 2013 01:16

Solite facce, facce nuove, leader storici e pure impresentabili. Dal Pd, che ha chiuso per primo le liste dei suoi candidati, al Pdl, ai montiani, ecco tutti i nomi schierati dai tre sfidanti premier alle prossime elezioni politiche, Silvio Berlusconi, Mario Monti e Pierluigi Bersani.

Centrosinistra - Definite dopo mille polemiche e accuse le liste elettorali del Pd. Pierluigi Besani sarà capolista in Lombardia dove corre anche il docente dell’Università Cattolica Carlo Dell’Aringa Cinzia Fontana. L’ex giornalista del Corriere della Sera Massimo Mucchetti sarà capolista al Senato. In Sicilia il Pd punterà tutto su un altro giornalista Corradino Mineo, direttore di Rainews, capolista al Senato, mentre alla Camera capolista saranno lo stesso Bersani e Flavia Nardelli, segretaria generale dell’Istituto Sturzo. Capolista in Campania sarà l’ex segretario della Cgil Guglielmo Epifani; in lista anche Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino. Piero Grasso, ex coordinatore nazionale antimagia sarà capolista nel Lazio dove correrà anche Beppe FioroniPaola Concia è candidata al Senato in Abruzzo, Laura Puppato guiderà invece la lista in Veneto.

Centrodestra – Il Pdl, invece, è ancora indietro per la definizione delle liste elettorali. Silvio Berlusconi potrebbe correre da capolista al Senato in quelle regioni chiave per riprendersi palazzo Madama come Lombardia, Piemonte e Sicilia, ma ancora non avrebbe sciolto la riserva. In tanti, infatti, gli suggeriscono che sarebbe meglio per lui fare da traino alla Camera, visto che il Porcellum al Senato lo “costringe” a schierarsi solo in tre Regioni, mentre a Montecitorio sarebbe libero di candidarsi in tutte le circoscrizioni. Ma anche la Campania resta strategica per tentare la rimonta. Pare infatti che Berlusconi sia tentato dall’idea di correre come capolista per palazzo Madama proprio in Campania dove sarebbero candidati, secondo l’Huffington Post, anche Nicola Cosentino, Nitto Palma, Marco Milanese, Luigi Cesaro, Renato Brunetta, Mara Carfagna e sembra anche Denis Verdini. In Puglia capolista sarebbe Raffaele Fitto, mentre Mariastella Gelmini sarà candidata in Lombardia alla Camera (al Senato  ci saranno Roberto Formigoni Michela Vittoria Brambilla). Anna Maria Bernini sarà candidata alla Camera in Emilia, secondo Corriere.it, Giancarlo Galan in Veneto e Altero Matteoli in Toscana. Mentre Daniela Santanchè sarebbe capolista in Piemonte.

Centro - Non sono ancora definite le liste in campo montiano. A parte i colleghi sostenitori Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini, di sicuro con il Professore correrà alla Camera o al Senato il direttore del Tempo Mario Sechi, cresciuto tra GiornalePanorama e Libero, di cui è stato vicedirettore tra agosto 2009 e febbraio 2010. L’annuncio lo ha dato lo stesso Monti, intervistato da Alessandro Banfi a Checkpoint, su Tgcom24. Con Mario Monti si candidano anche Luigi Marino, presidente di Confcooperative, Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai, il presidente di Brembo ed ex vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei Valentina Vezzali, la fiorettista pluricampionessa olimpica.



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Ultima modifica mercoledì, 9 gennaio 2013 01:16

Il Pd si gioca tutto al Senato questo si sa. E per avere anche una maggioranza a palazzo Madama Pierluigi Bersani le prova tutte. Il destino dei democratici passa da sud e soprattutto dalla Sicilia. Lì bisogna portatre a casa il maggior numero di voti per accapararsi una vittoria al senato. E allora che fare? Semplice basta chiamare Raffaele Lombardo e chiedergli un ‘alleanza. Il lavoro sporco non lo fa Bersani, lo lascia fare a Tabacci. E’ lui l’uomo della trattativa con l’ex governatore della Scilia. L’obiettivo è quello di portare in coalizione in Sicilia l’Mpa di Lombardo e PdS di Agazio Loriero. Il tutto anche per spaccare l’accordo tra Grande Sud e il Pdl. Bersani in Sicilia poteva contare sulla stampella di Sel, ma dopo le primarie la base siciliana che fa riferimento a Nichi Vendola è in subbuglio. Nichi ha infatti ignorato i risultati delle parlamentarie e nelle liste sta mettendo chi vuole lui. Insomma Sel comincia a perdere pezzi e i vendoliani siciliani cominciano a migrare verso “Rivoluzione civile” di Antonio Ingroia. Così con una stampella traballante, Bersani ne cerca una stabile. Sicura. Lombardo non fa mistero della trattativa, pur ribadendo di non volersi candidare direttamente: “Entro il prossimo 10 gennaio si dovrà decidere con chi allearsi – spiega – Il PdS da solo non ce la farà a superare lo sbarramento, quindi ci dovremo alleare con Grande Sud o con Bruno Tabacci. Loiero – spiega   Lombardo - pende più verso Tabacci“. Sembra dunque che le trattative con il Pd, via Tabacci, siano a buon punto. Tra qualche giorno si saprà di più, ma il Pd ha bisogno del bottino pieno in Sicilia. L’alleanza con Lombardo sarebbe comunque una contraddizione non da poco. Il Pd è stato alleato di Re Raffaele durante la sua permanenza a palazzo D’Orleans, salvo poi sostenere Rosario Crocetta con una campagna elettorare tutta contro Lombardo. Ora si rischia un remake di quanto già accaduto a Palermo in chiave nazionale. Lombardo è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Piero Grasso questo lo sa e lo sa pure Bersani. Ma si sa quando servono voti la coerenza non serve. Basta solo fare le alleanze giuste pur di arrivare a palazzo Chigi.



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Ultima modifica lunedì, 7 gennaio 2013 03:59

L’accordo tra il Pdl e la Lega si farà, ma a tempo debito. “Siamo molto vicini all’accordo”, ha ribadito Silvio Berlusconi giovedì sera al Tg1, ma la verità è che al netto della trattativa non c’è tutta questa fretta di stringersi la mano. Soprattutto da parte di Roberto Maroni e del Carroccio: in via Bellerio, al di là dei nomi per la premiership il piatto grosso si gioca sulle tasse. L’obiettivo è ottenere dal Cavaliere il sì ad un piano che possa far trattenere alla Lombardia il 75% delle imposte versate dai propri cittadini, restano i dubbi tra gli azzurri su ripartizione del debito pubblico, fondo di solidarietà, risorse per l’esercito, vigili del fuoco. Questioni tecniche difficilmente spendibili in campagna elettorale, naturalmente. Ma se si arriverà all’intesa, Maroni avrà un argomento caldissimo come quello delle tasse da giocarsi sia alle regionali (il segretario è candidato al Pirellone come governatore della Lombardia) sia alle politiche con un occhio a quello che diranno i numeri al Senato. 

Rebus premier – Obiettivo, quest’ultimo, in comune con il Pdl. Berlusconi sa che diffiicilmente al Senato riuscirà a sconvolgere i piani di Bersani e Monti, ma per essere decisivo basterà avere il giusto numero di seggi a Palazzo Madama. Anche per questo sarà importante la scelta del candidato premier, nome in grado di unire gli elettori del centrodestra. Silvio ha glissato ancora una volta sul proprio ruolo (“Potrei fare il ministro della Giustizia, o degli Esteri, qualsiasi cosa di cui abbia bisogno il mio Paese”) e ormai la tattica è chiara: il Cav farà un passo indietro in cambio dell’alleanza strategica al Nord (al Sud, invece, si fa largo il tandem con Grande Sud di Miccichè). Berlusconi, certo, resterà il leader della coalizione che comprende anche Fratelli d’Italia di Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Guido Crosetto (un po’ snobbati nei numeri, non più del 3% nei sondaggi). Ma per la premiership proporrà tre nomi: il leghista Flavio Tosi, caldeggiato da Maroni, l’ex An Meloni (una delle favorite alle primarie mai organizzate del centrodestra) e un pidiellino, magari Angelino Alfano che alla Lega è sempre piaciuto. Artifici retorici, perché in ogni caso il Pdl elettoralmente peserà più degli altri alleati.



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Ultima modifica venerdì, 4 gennaio 2013 11:04

di Tommaso Montesano

Mario Monti da una parte prende Pier Luigi Bersani di petto: «Tagliare le ali è una brutta espressione, ma se le ali sono le estreme è una buona cosa. Spero che Bersani convinca ma non vinca…». Dall’altra continua a lanciargli segnali. Come quello di non vederci niente di male, proprio come proposto dal leader del Pd, nell’introdurre una tassa patrimoniale: «Non è un discorso che debba essere evitato come il diavolo». Il Professore è scatenato. Intervistato su Raiuno nello studio di «Uno mattina» – «se lo fa lui va bene. Se lo faccio io è scandalo», attacca Silvio Berlusconi seguito dal Pdl -, prima annuncia il nome della sua lista al Senato, «qualcosa tipo “con Monti per l’Italia”», poi, dopo aver risposto allo stesso Cavaliere che lo aveva accusato di non essere più credibile («ha mostrato una certa volatilità di giudizio sulle vicende umane e politiche negli ultimi tempi»), inizia il suo dialogo a distanza con il segretario del Partito democratico. 

Tassatore per forza – Il primo messaggio è un consiglio. A Bersani, il premier chiede «un atto coraggioso, silenziare un po’ la parte conservatrice del suo movimento». Ovvero «da una parte coloro che sono nel blocco più tradizionale della sinistra, Cgil e Fiom, dal punto di vista sindacale». Dall’altra Nichi «Vendola, il Sel e l’onorevole Fassina dal punto di vista politico». Il riferimento, a parte lo sfondone di chiamare onorevole chi deputato non è, è al responsabile economia e lavoro del Pd, fedelissimo di Bersani più volte critico nei confronti dell’agenda Monti. Il senso della sortita è chiaro: spingere il segretario, che in caso di vittoria mutilata (a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama) potrebbe essere costretto a rivolgersi ai centristi guidati dall’attuale premier per puntellare la maggioranza, a liberarsi dei compagni di viaggio più scomodi. Sottinteso: così sarebbe più facile trovare un accordo dopo il voto. «Quando Monti dice a Bersani di sfilare Fassina, di sfilare me e la Cgil, dice che è disponibile ad assumerlo tra gli inservienti», commenta duro Vendola. 

Stessa lingua – Fatto sta che Monti, sul fisco, conferma di parlare la stessa lingua di Bersani. «È chiaro che la prospettiva deve essere quella della riduzione graduale dell’imposizione, a partire da quella che grava sul lavoro», premette il Professore. Ma non bisogna essere «prestigiatori in materia fiscale». Come chi, e l’allusione è a Berlusconi, promette «riduzioni che poi non possono essere mantenute». Insomma, scandisce sorridendo, prima bisogna che ci sia «una base di sostenibilità». Catturare «la buona fede del cittadino a base di slogan su chi è per la patrimoniale e chi non è per la patrimoniale», infatti, è un’operazione di «bassa lega». Anche perché lui, che del resto ammette di essere stato un «tassatore non cortese per la situazione di crisi», la patrimoniale non la disdegna affatto: «Ho una forte convinzione che il sistema fiscale debba avere un’azione di distribuzione. Obama ha ragione: molto meglio che l’attività di redistribuzione avvenga attraverso il fisco che non interferendo con la funzione di mercato». 

Il Pier Luigi piccato - Musica per le orecchie di Bersani. Proprio come pagina 18 dell’agenda Monti, quando il Professore inserisce tra le sue priorità quella di «creare un reddito di sostentamento minimo» per tutti. Punto, per inciso, destinato a piacere parecchio anche allo stesso Vendola. Fatto sta che proprio in nome del fisco dal volto umano Monti chiede di restare a Palazzo Chigi: «Se c’è un motivo per cui mi farebbe piacere un Monti-due è che si vedrebbe che non c’è la cattiveria del tassatore nel mio volto». Bersani non ci sta. E prima ironizza sulle critiche di Monti: «Tutti i difetti del Pd si scoprono oggi? Per un lungo anno non si sono visti?». Poi risponde a brutto muso: «Ribadisco il rispetto, ma chiedo rispetto per tutto il Pd. Noi siamo un partito liberale che non chiuderà mai la bocca a nessuno». Il resto della giornata, Monti lo trascorre in colloqui con gli alleati (prima il movimento Verso la Terza repubblica, poi Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini) finalizzati a sbrogliare la matasse delle liste da presentare alla Camera. Il Professore, improvvisamente preoccupato dall’ipotesi di uno «spezzatino» a Montecitorio, non avrebbe ancora escluso l’ipotesi di presentare una lista unica anche alla Camera. 

 



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Ultima modifica venerdì, 4 gennaio 2013 11:04

Ma secondo voi i senatori hanno bisogno di una sveglia o dell’anestesia? Se sottoponessimo il quesito agli italiani, non è difficile immaginare la risposta. La pensa diversamente l’ufficio di presidenza del Senato che con apposita delibera natalizia ha deciso di rafforzare il presidio di cardiologi e infermieri presso l’Ambulatorio di Palazzo Madama e perciò, come ha rivelato “Il Fatto”, ha aperto le selezioni per 5 specialisti in cardiologia e 5 specialisti in rianimazione. Passi per la cardiologia, si sa che mangiare molto aumenta il rischio d’infarto, ma come si spiegano gli anestesisti? Chi bisogna addormentare? E perché? Ma soprattutto: ha ancora sens un ambulatorio speciale per i senatori, aperto 24 ore su 24, completamente gratuito e a uso esclusivo degli inquilini del Palazzo?

Notizie tratte da Sanguisughe, di Mario Giordano – Visita il sito dell’Autore

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Ultima modifica mercoledì, 2 gennaio 2013 04:51

Un posto di lavoro di “lusso” a spese dei contribuenti. Medici e infermieri che lavorano al Senato sono dei veri privilegiati. Curare i nostri senatori costa agli italiani 650mila euro all’anno. Ma non basta. C’è bisogno di qualche altro camice bianco per i nostri senatori. Così il presidio dell’Ambulatorio di Palazzo Madama ha avviato la selezioni di dieci nuovi medici, cinque cardiologi e cinque specialisti in anestesia e rianimazione. I requisiti per l’ammissione sono rigidissimi.  Alle selezioni non passa chi si sia laureato con meno di 105/110. E neppure chi non abbia maturato un’esperienza professionale di livello. Cinque anni almeno per i medici e quattro per gli infermieri. L’organico ad oggi conta un medico e quattro infermieri, oltre a 26 camici bianchi pagati a chiamata. Il servizio naturalmente è garantito h24. Precedntemente il presidio medico del Senato era una piccola clinica per i senatori residenti nella Capitale, poi all’improvviso si è allargato. Le porte dell’ambulatorio sono aperte a tutti:deputati, ex parlamentari, dipendenti del Senato e dei gruppi. Quanto costa farsi visitare? Nulla. E’ tutto gratis, pagano gli italiani. 



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Ultima modifica mercoledì, 2 gennaio 2013 03:20

Alla fine è arrivato il via libera in tempi record dell’aula del Senato alla conversione in legge del dl firme. L’assemblea di Palazzo Madama ha approvato, in mezz’ora, il decreto che riduce al 25% le firme necessarie per la presentazione delle liste alle prossime elezioni politiche per i movimenti e partiti che non sono presenti in Parlamento. Il decreto quindi è legge. E il percorso per Beppe Grillo, Ignazio La Russa e tutte le nuove formazioni politiche, in vista delle prossime elezioni, diventa più agevole.

Numero legale – Nel corso delle operazioni di voto, la Lega Nord ha chiesto per due volte la verifica del numero legale e in entrambi casi il risultato è stato positivo. In dichiarazione di voto, il leghista Sergio Divina ha spiegato che il gruppo del Carroccio ha ritirato tutti i gli emendamenti e ha annunciato l’astensione. “Il principio però andava salvato, quello della legalità – ha detto in aula – serviva la maggioranza assoluta dei membri in aula, eravamo convinti che servisse il numero legale. Adesso questo provvedimento non avrà impugnazioni”.   Francesco Rutelli (Api) ha espresso “apprezzamento per il punto di equilibrio trovato alla Camera”, quello che riduce le firme a 30mila.



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Ultima modifica venerdì, 28 dicembre 2012 08:36

 

La maschera è stata definitivamente gettata con l’ormai celeberrimo cinguettio su Twitter, con la sua “salita” in politica. E Monti “sale in politica” con i centristi. Terzietà, addio. Il Professore si è collocato: con Pier Ferdinando Casini, Luca Cordero di Montezemolo e Gianfranco Fini. Giubilo anche a Palazzo Chigi, dove diversi componenti del governo tecnico cercheranno di riciclarsi (politicamente) nella nuova avventura del bocconiano.

Il listone unico – La partita, però, non è semplice. La vittoria pare un miraggio. Paradossalmente, sembra che il massimo obiettivo di Monti & co sia la rimonta del Pdl di Silvio Berlusconi, che renderebbere, in caso di vittoria di misura della sinistra, il Paese ingovernabile. Così, se Bersani volesse far parte della maggioranza, dovrebbe imbarcare (e probabilmente incoronare) proprio Monti. I centristi si organizzano, birgano, discutono. La novità più importante di queste prime ore post-natalizie sembra essere quella relativa alla composizione del gruppo centrista a Palazzo Madama: listone unico al senato.

Il controllo del Prof – Monti, infatti, offrirà il suo nome allo schieramento che sosterrà la sua agenda (ossia, per ora, a Udc, Fli e Montezemolo). Il dubbio è come si possano conciliare le diverse anime del partito (democristiani, ex missini, società civile). L’escamotage, almeno al Senato dove lo sbarramento per singola lista all’8% lascia pochi margini di manovra (lo sbarramento per la coalizione è al 20%), pare essere proprio quello della lista unica. All’interno di questo listone, secondo i rumors, verranno presentati alcuni big di partito, a partire proprio da Pier Ferdinando Casini. Di pari passo, però, si scatena il panico tra le “vecchie volpi” della politica, che con il listone unico su cui ci sarà il controllo del “Monti talent-scout”, rischiano di essere silurati, trombati, eliminati.

Qui Montecitorio – Anche per quel che riguarda la Camera ci sarebbero pulsioni molto forti per presentarsi con una lista unica: servirebbe anche a ricollocare personalità di governo che non appartengono né a partiti né a movimenti ma che vorrebbero proseguire nell’impegno politico (leggasi: Corrado Passera). Inutile sottolineare come la scelta ultima toccherà a Mario Monti, che secondo le indiscrezioni, però, vuole temporeggiare, prendersi ancora qualche giorno per pesare i sondaggi e vedere le reazioni degli italiani all’ipotesi di una lista unica oppure a quella di liste separate.

 



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Ultima modifica giovedì, 27 dicembre 2012 11:25