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Tante parole e, come al solito, un nulla di fatto. Le Province non si toccano. Nemmeno questa volta. Una novità amara, difficile da digerire. Ma il decreto sul riordino delle Province non sarà convertito. Sfruttando la situazione politica convulsa determinata dal ritorno in campo di Silvio Berlusconi e dalle prossime dimissioni del premier Mario Monti, la Commissione Affari Costituzionali del Senato ha preso la decisione all’unanimità. La Casta rialza la testa. Tutti i partecipanti alla riunione in Commissione erano concordi: le Province non si tagliano. All’incontro, che si è concluso pochi minuti prima delle 21 di lunedì 10 dicembre, avevano preso parte anche i ministri Filippo Patroni Griffi (Pubblica Amministrazione) e Piero Giarda (Rapporti con il Parlamento).  

Troppi emendamenti – La seduta in commissione è stata preceduta da una riunione ristretta con il presidente Carlo Vizzini, il ministro Piero Giarda, il ministro Patroni Griffi e il sottosegretario Antonio Malaschini. La Commissione e il governo hanno preso atto dell’alto numero di emendamenti e subemendamenti presentati al decreto legge, e hanno deciso di interrompere l’iter a causa dell’impossibilità di approdare in aula domani pomeriggio, martedì 11 dicembre, come originariamente previsto dal calendario dei lavori.

 

“Preso atto della situazione” – “Il destino di questi mesi è di perdere occasioni importanti – ha sostenuto Vizzini -. E’ stato fatto uno sforzo per trovare le condizioni complessive per approvare questo provvedimento atteso ma non è andato a buon fine”. Mentre il ministro Patroni Griffi ha osservato: “Il governo ha fatto quello che poteva. Oggi ha preso atto della situazione”. A questo punto servirà probabilmente una norma che coordini le disposizioni sulle province già previste dal decreto Salva Italia e dalla spending review. Forse anche nel ddl stabilità? Patroni Griffi non si sbilancia: “Probabilmente ci sarà qualche intervento del governo ma ora non so rispondere”. 

Le reazioni – Per il senatore dell’Idv, Pancho Pardi, il dl non si può convertire soprattutto “per l’enorme quantità di emendamenti presentati dal centrodestra” ma il capogruppo del Pdl in commissione, Gabriele Boscetto, replica: “C’erano tutta una serie di situazioni che andavano messe a posto e i nostri emendamenti tendevano a metterle a posto, non erano gratuiti”. Nel corso della seduta di lunedì sera, sia Boscetto sia il senatore della Lega Nord, Roberto Calderoli, avevano sostenuto che non ci fosse più tempo a disposizione, da qui alla fine anticipata della legislatura, per convertire in legge il decreto. “Abbiamo fatto un giro di opinioni – ha raccontato il senatore del Pd Enzo Bianco – alla luce del mutato scenario politico. Nonostante lo sforzo di governo e relatori, si è deciso di non continuare e di attendere le valutazioni dei capigruppo domani. Noi non siamo in grado di andare avanti, abbiamo perso una grandeopportunità”.  

 



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Ultima modifica martedì, 11 dicembre 2012 12:08

Venti chilometri di confine non possono sancire unicamente la condivisione di Rieti e Viterbo e renderle due province accorpabili. Questo è quanto scritto nell’emendamento firmato dai senatori Bianco (PD) e Saltamartini (PDL), quest’ultimo già salito agli onori delle cronache per aver caldeggiato le prime istanze di crisi nei confronti dell’esecutivo. Non sono soltanto i capricci di due senatori a rendere l’unione improbabile, quanto più il decreto 188 inerente Province e città Metropolitane che, all’articolo 2, preclude l’accorpamento “quando tra due Province vi è una continuità territoriale inferiore a 25 chilometri». Un piccolo risultato nato da un cavillo legale al quale neanche il Ministro Patroni Griffi ha potuto rimediare creando di fatto un piccolo precedente anche per la salvezza di Terni, che insieme a Isernia e Matera avrebbero condiviso una provincia tra regioni confinanti. Il risultato -inutile dirlo- ha portato soddisfazione tra le file di amministratori del territorio, soprattutto ai fautori dell’impresa Fabio Melilli, Oreste Pastorelli e Simone Pietrangeli, i primi a denunciare il caso di Rieti ed a Franco Marini che ha evidenziato il problema in Parlamento, accelerando i tempi. Bisognerà aspettare stasera per assistere al verdetto finale e capire se la Commissione Affari Costituzionali approverà l’emendamento di Bianco e Saltamartini. Va a finire che tra emendamenti, incompatibilità territoriali, crisi di Governo e conseguenti promesse pre-elettorali nessuno toccherà più gli assetti amministrativi e territoriali. Sarebbe il colmo.Leonardo Geronzi
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Ultima modifica lunedì, 10 dicembre 2012 11:22

 

Nel momento in cui la sopravvivenza del governo Monti è più a rischio che mai (il Pdl ha tolto la fiducia all’esecutivo), il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto legislativo che garantisce le liste “pulite” e introduce l’incandidabilità, ossia il divieto di ricoprire “cariche elettive e di governo” per chi è stato condannato con sentenza definitiva per delitti non colposi. L’ok è arrivato dopo una lunga riunione, durata oltre cinque ore.

Lo scontro – Il decreto legislativo sulle liste pulite, che dovrebbe essere applicato a partire dalle prossime elezioni politiche e, in futuro, per ogni organo elettivo, è stato al centro di un aspro scontro tra l’esecutivo e il Pdl. Silvio Berlusconi, infatti, è contrario alla legge: anche se non è mai stato condannato in via definitiva, percepisce la fretta del governo nel varo del decreto come una sorta di “trappolone” nei suoi confronti (il Cav è ancora imputato nel processo Ruby, seppur in primo grado; il decreto prevede che il condannato in terzo grado decada dagli incarichi pubblici). La sostanza è che Berlusconi non vuole il decreto sulle “liste pulite”, mentre Monti, di fatto sfiduciato dal Cav, si vendica accelerando sul decreto “liste pulite”.

Il testo – Già lo scorso venerdì il testo era stato bloccato, per essere riproposto oggi, giovedì 6 dicembre, a Palazzo Chigi: è composto da diciotto articoli ed è accompagnato da una lunga relazione illustrativa. Il decreto è firmato in calce da tre ministri: Anna Maria Cancellieri (Interni), Paola Severino (Giustizia) e Filippo Patroni Griffi (Pubblica Amministrazione). Da parte dei tre dicasteri non c’è stata la minima disponibilità a trattare con il Pdl, che chiedeva di ammorbidire alcuni aspetti del decreto.

Le norme – Nel dettaglio, le regole dell’incandidabilità prevedono che sia escluso dalle competizioni elettorali “chi ha riportato condanne definitive a pene superiore a due anni” per delitti gravi e gravissimi, mafia, terrorismo, omicidi e rapine. Inoltre vengono esclusi i condannati a oltre due anni per ogni tipo di reato contro la pubblica amministrazione, e coloro che “hanno riportato condanne definitive a pene superiori a due anni per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni”.

DI SEGUITO, I PRINCIPALI PUNTI DEL TESTO VARATO IN CDM

1) INCANDIDABILITA’ ALLE CARICHE DI DEPUTATO, SENATORE E MEMBRO DEL PARLAMENTO EUROPEO
Il decreto prevede l’incandidabilità al Parlamento italiano ed europeo per le seguenti categorie:   – di coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, di maggiore allarme sociale (ad esempio mafia, terrorismo, tratta di persone).   

- coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni di reclusione per i delitti, consumati o tentati, contro la pubblica amministrazione (ad esempio corruzione, concussione, peculato)   

- coloro che hanno riportato condanne definitive a pene superiori a 2 anni reclusione per delitti non colposi, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 4 anni. Si tratta, in questo caso, di tutte le fattispecie criminose più gravi per le quali è anche possibile applicare la custodia cautelare in carcere e che, secondo un principio di ragionevolezza e proporzionalità nella limitazione dell’elettorato passivo, sono state individuate sulla base di un indicatore oggettivo, predeterminato, senza operare alcuna selezione nell’ambito di una lista di reati che potrebbe apparire arbitraria.   

2) ACCERTAMENTO INCANDIDABILITA’ SOPRAVVENUTA   
Il decreto prevede che l’accertamento d’ufficio della condizione di incandidabilità comporta la cancellazione dalle liste. Nel caso in cui la condanna definitiva per uno dei delitti ‘ostativì sopravvenga nel corso del mandato elettivo, le Camere deliberano ai sensi dell’articolo 66 della Costituzione.   

3) CAUSE OSTATIVE ALL’ASSUNZIONE E ALLO SVOLGIMENTO DI INCARICHI DI GOVERNO O PARLAMENTO  
Le condizioni che determinano l’incandidabilità alla carica di deputato o senatore si applicano anche per l’assunzione e lo svolgimento delle cariche di governo (presidente del Consiglio dei ministri, ministri, vice ministri, sottosegretari, commissari straordinari di Governo). Se la sentenza di condanna diventa definitiva durante il mandato, anche in questo caso si determina la decadenza dall’incarico.

4) DURATA DELL’INCANDIDABILITA’   
L’incandidabilità alla carica di senatore, deputato o parlamentare europeo ha effetto per un periodo corrispondente al doppio della durata della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici. Anche in assenza della pena accessoria, l’incandidabilità non è inferiore a 6 anni. Altrettanto vale per gli incarichi di governo nazionale. In tutti i casi, se il delitto è stato commesso con abuso dei poteri o in violazione dei doveri connessi al mandato, la durata dell’incandidabilità o del divieto di incarichi di governo è aumentata di un terzo.   

5) INCANDIDABILITA’ IN CASO DI PATTEGGIAMENTO
Le norme sull’incandidabilità valgono anche quando la sentenza definitiva dispone l’applicazione della pena su richiesta (patteggiamento), ma in nessun caso l’incandidabilità può essere determinata da un patteggiamento intervenuto prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina. La sentenza di riabilitazione è l’unica causa di estinzione anticipata sull’incandidabilità e ne comporta la cessazione per il periodo di tempo residuo.   

6) INCANDIDABILITA’ ALLE CARICHE ELETTIVE REGIONALI E A QUELLE NEGLI ENTI LOCALI
Il decreto, conformemente alla sua natura di testo unico, reca anche norme sull’incandidabilità degli amministratori regionali e locali, già disciplinata nel nostro ordinamento, provvedendo ad armonizzarne il contenuto con la nuova regolamentazione dell’istituto. 

 



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Ultima modifica giovedì, 6 dicembre 2012 08:39

Gli esuberi nella pubblica amministrazione – tra impiegati e dirigenti sono 4.500. Il dato è stao diffuso ieri dal ministro Filippo Patroni Griffi che ha annunciato che un taglio del 20 per cento sui dirigenti statali e del 10 sul resto del personale non sarà indolore ma garantirebbe allo Stato un risparmio di 392 milioni di euro complessivi tra i 342 attesi dai 4.028 esuberi del personale non   dirigenziale e i circa 50 milioni derivanti dal taglio di 487 manager pubblici (439 di seconda fascia e 48 di prima fascia). Gli oltre 4.000  esuberi del “personale non dirigenziale” sono calcolati sul totale di una dotazione organica di 94.249 che è impiegata in nove ministeri, in ventuno enti pubblici di ricerca e in venti pubblici non economici, per   un totale di 50 amministrazioni centrali.  Dalla platea sono escuse, ha precisato Patroni Griffi,   amministrazioni “significative” come il cosiddetto Superinps (Inps e   Inpdap), il ministero degli Esteri, dell’Interno della Giustizia e il Mef, escluso anche tutto il pacchetto scuola, gli enti locali e le   Forze armate.

I sindacati – Ma esuberi, sottolinea Patroni Griffi, non significa “licenziamenti”. Il governo – spiega il ministro – “ha evitato, o comunque contenuto, l’impatto traumatico sul personale del pubblico impiego”. “Abbiamo circa 4 mila eccedenze   nell’amministrazione pubblica che gestiremo attraverso un esame  congiunto con i sindacati e con i quali apriremo subito un tavolo. Sindacati che non hanno tardato a rispondere al ministro. Di un “budget dell’isteria” ha parlato Nicola Nicolosi, responsabile del Lavoro pubblico della Cgil. “La pubblica amministrazione va considerata come un investimento e questa ansia che  si è creata non è giusta”. “Siamo a novembre e ancora non è chiaro il numero degli esuberi” ha detto il segretario generale Università e Ricerca della Uil Alberto Civica e Gianni Baratta, segretario confederale della Cisl, che ha rincarato la dose affermando  che si tratta di “dati parziali”. Di qui la richiesta dell’apertura di  un tavolo che possa affrontare anche il problema dei precari, su cui i  sindacati lanciano l’allarme visto entro il 31 dicembre scadranno 200mila contratti nelle pubbliche amministrazioni centrali e locali.

Il giallo Twitter – Durante l’incontro, comunque, ha destato una certa meraviglia e anche un po’ di malumore, l’annuncio via Twitter sul numero degli esuberi da parte dello stesso Dipartimento della Funzione pubblica, sul suo profilo. Una iniziativa da cui l’ufficio stampa ha preso le distanze.



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Ultima modifica mercoledì, 14 novembre 2012 11:32