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Tutti a guardare gli altri dall’alto, nel “centrino”. Il primo è stato il Prof Mario Monti, quando a detto che lui 2saliva” e non “scendeva” in politica. Offrendo il destro a bersani che ieri ha detto che il premier uscente “guarda tutto sempre dall’alto”. E poteva essere da meno l’alleato Pier Ferdinando Casini? No. E infatti, oggi, il leader dell’Udc che già fu presidente della Camera dei deputati tra il 2001 e il 2006, sogna nientemeno che la seconda carica dello Stato, la poltrona di presidente del Senato. “Non escludo niente. Sono candidato al Senato per un motivo eminentemente personale e esistenziale. Sono stato tanti anni alla Camera, ho amato quel posto anche fisicamente, ma ritenevo giusto cambiare, non edificio ma motivazioni”. Ospite di Omnibus su La7 e ncalzato dai giornalisti in studio, il leader centrista aggiunge: “Vado al Senato anche per sentirmi giovane, tra i senatori, visto che Silvio Berlusconi dice che sono matusalemme. Io sarò appagato se eletto senatore. E poi – aggiunge sullo scranno più alto di Palazzo Madama – chi vivrà vedrà”.

 



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Ultima modifica lunedì, 21 gennaio 2013 11:44

 

dall’inviato a Bergamo
Matteo Pandini

Si spaccia come alternativo al centrosinistra e al centrodestra, però il Mario Monti che ha aperto ufficialmente la sua campagna elettorale in quel di Bergamo picchia duro soprattutto sul Cavaliere e sulla Lega. Rinfaccia a Pdl e Carroccio di non aver concretizzato né la rivoluzione liberale né quella federalista, accusa i lumbard di “visione provinciale” e di voler spezzare l’Italia perché le preferiscono la Germania. I principali siluri, però, sono tutti per Berlusconi. Davanti a una platea di candidati, imprenditori e giornalisti, il premier uscente ribadisce di non essere un politico e di non volerlo diventare. Luca Cordero di Montezemolo, che anticipa il discorso del Professore di pochi minuti, lascia stupefatti quando se la prende con quelli che “hanno avuto ruoli di responsabilità negli ultimi 20 anni”. Voleva accusare la Casta, di destra e di sinistra, ma di fatto spedisce un siluro ai compagni di viaggio Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini.

Monti finisce l’intervento dimostrando una volta di più di non essere un trascinatore di folle. Conclude il comizio parlando dei suoi nipotini, “ecco ora non vorrei commuovermi”, e sembra di rivedere le lacrime del suo ministro Elsa Fornero. Al Kilometro Rosso di Alberto Bombassei, patron della Brembo, hanno anche mandato in onda un video con le immagini più significative (e celebrative) del governo guidato da Monti. Ecco Monti con Obama. Col Papa. Coi bambini africani. Coi leader europei. Con Napolitano. Monti si sforza di spacciarsi per “persona normale”, valorizzando il suo lato umano. Ma l’impresa è titanica, e non solo perché “il popolo” è rimasto fuori dal Kilometro rosso rafforzando l’idea che il bocconiano sia allergico al contatto con la folla. Dal palco, una persona rivela di quando SuperMario giocava a Trivial con la moglie Elsa. Pensate: il premier uscente rispondeva con lentezza ma le sapeva tutte! E poi la faccenda dell’edicola. Monti, raccontano, abita a pochi metri dal chiosco di giornali ma tutte le mattine si fa portare i quotidiani da qualcun altro (se non abbiamo capito male da un ragazzino, perché così facendo lo responsabilizza). L’impressione è che per rendere più simpatico il Prof ci sia ancora da lavorare, anche se i suoi ripetono che il tempo dei barzellettieri è ormai finito. Capito, Silvio?  

In tutto questo, scrivevamo, pochi pizzicotti per il Pd e solo qualche scapaccione per Nichi Vendola: “Dice che dobbiamo fare autocritica. Ma scherziamo?” spiega Monti guadagnando applausi. Assicura, il premier, che abbasserà le tasse perché dopo un anno di governo è possibile: i conti sono migliorati. Elogia Napolitano, che prima di dargli l’incarico a Palazzo Chigi l’aveva nominato senatore a vita.

Le parole d’ordine emerse dalla giornata di Bergamo, in estrema sintesi, sono: cambiamento dello Stato con dimezzamento dei parlamentari e dei privilegi. Sforbiciata alle tasse. Più autorevolezza in Europa senza complessi d’inferiorità nei confronti della Germania. Meno federalismo: Monti critica la riforma dell’articolo V della Costituzione ma teorizza la razionalizzazione di alcune competenze. Mica per attribuirle agli enti locali: il Turismo, per esempio, vorrebbe farlo tornare in mano allo Stato.

Monti si commuove e i suoi s’alzano in piedi per applaudirlo. Chissà se il Nord leghista e berlusconiano si farà convincere.

 



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Ultima modifica domenica, 20 gennaio 2013 08:42

Dopo Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini. La “cognatite”, infatti, contagia anche Pierferdy.  Se Gianfranco è stato inguaiato dal fratello di Elisabetta Tulliani per la nota vicenda della casa di Montecarlo ereditata dal partito e finita nella disponibilità di Giancarlo Tulliani, Pier Ferdinando Casini starebbe brigando per piazzare al numero due della sua lista alla Camera l’imprenditrice Silvia Noè, moglie del fratello Federico, e già capogruppo Udc in Emilia Romagna. Ma nei pensieri di Pier Ferdinando non c’è solo la cognata. La famiglia per Casini è importante per questo avrebbe molto a cuore la posizione di Fabrizio Anzolini che potrebbe conquistare un seggio sicuro in Friuli Venezia Giulia. Anzolini è il vicepresidente friulano dell’Udc e fin qui non ci sarebbe nulla di strano, ma è soprattutto è il fidanzato di Maria Carolina Casini, figlia dell’ex presidente della Camera e della sua prima moglie Roberta Lubich. Non solo la cognata, ma anche il genero. Pier Ferdinando, quindi, sulla questione familiare riesce a superare perfino il prodigo Fini. Le pressioni di Casini non sono state digerite dal segretario Udc Lorenzo Cesa, che secondo indiscrezioni , avrebbe addirittura minacciato di andarsene. Uno strappo che avrebbe inevitabilmente ripercussioni sul partito e sull’immagine di Casini che ne uscirebbe a pezzi esattamente come è successo per Fini ormai considerato prigioniero dei “Tullianos”.



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Ultima modifica domenica, 13 gennaio 2013 01:47

 

L’accordo tra Berlusconi e Maroni avrà un effetto deflagrante sulle prossime elezioni. Inevitabilmente l’accordo impone una revisione dei numerosi sondaggi e soprattutto mette fortemente a rischio il “trio-sciagura” alla Camera. Intanto, grazie anche a una campagna elettorale  dirompente Silvio ha recuperato 10 punti nei sondaggi attestandosi tra il 18% e il 20% è evidente che dopo l’accordo gli scenari si modificano profondamente. Il rischio per il “Centrino”, ed è questo l’obiettivo di Berlusconi, è che fermi la sua corsa al 9,9% e, visto che la legge elettorale fissa al 10% lo sbarramento per le coalizioni, e Udc, Fli e Lista Civica Monti i così fuori dalla Camera dei Deputati. Fini, Casini e Monti potrebbero restare a secco alla Camera. Al momento la lista Monti è data all’11% (ma i calcoli sono da rifare alla luce dal ritrovato accorto tra Carroccio e Pdl), l’Udc è fermo tra il 4,5 e il 6% mentre Fli è sotto al 2%. Fini. presidente uscente della Camera, rischia di non entrarci più. 

Il “nodo” liste Si spiegherebbe così l’atteggiamento di Casini che punta direttamente al Senato di cui sogna la Presidenza. In questi giorni di lavori febbrili per la formazione delle liste, Mario Monti e il “selezionatore” Bondi stanno valutando moltissimi curriculma ma fanno fatica ad esprimere nomi forti. Ormai è questione di ore: le liste di candidati a sostegno di Mario Monti potrebbero essere completate mercoledì. I contatti tra il professore, Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini sono continui.  Un lavoro, portato aventi tenendo conto di ‘quotè riferite a ciascuna forza, ma senza forzature da manuale Cencelli. L’ultima parola spetta comunque allo stesso Monti che appare deciso a lasciare fuori chi non risponde ai requisiti illustrati nella conferenza stampa del 28 dicembre. Certamente la mancata candidatura di Bonanni, Passera, Catricalà, è stato un danno notevole per Monti che adesso rischia forte alla Camera. 

 



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Ultima modifica martedì, 8 gennaio 2013 04:04

 

Tutto come previsto. Mario Monti ha presentato il simbolo della sua lista. Un simbolo un po’ triste e lugubre, in perfetta sintonia con il presonaggio. La lista del Professore si chiamerà semplicemente “Scelta civica”. Al Senato tutti confluiranno sotto a quel simbolo per esigenze elettorali, ossia per aggirare lo sbarramento. Alla Camera, dove lo sbarramento è più basso e “accessibile, al contrario in “scelta civica” ci saranno tutti i “non politici” (a partire dai montezemoliani), mentre i “politici” conserveranno il loro simbolo e la loro nomenklatura. Monti, a Montecitorio, va in coalzione con il grande burattinaio Pier Ferdinando Casini (che si tiene stretto l’Udc) e con Gianfranco Fini (che si tiene Futuro e Libertà).

Un Professore in ostaggio – La sostanza è semplice: il Professore che fa di tutto per mostrarsi lontano dai giochi dela politica è già ostaggio della politica stessa. Della politica più datata. Di Casini e Fini, nello specifico (più del primo che del secondo per questioni meramente numeriche e percentuali). I sondaggi danno la lista Monti a un 8 per cento circa, che in coalizione alla Camera dovrebbe arrivare al 14%: questo significa che quasi la metà della forza elettorale del Professore deriva dall’Udc e dai futuristi, che avranno un peso quasi pari a quello di Monti. Una postilla, infine, dedicata al “rigoroso controllo delle liste” invocato dal premier uscente: chi vieterà a Fini e Casini di mettere nelle loro liste i nomi che vorranno? Nessuno, nemmeno lo “sforbiciatore” Bondi, mister spending review, che sui nomi della truppa di Pierferdy e Gianfry non ci potrà mettere becco (e, inoltre, Monti ha già annunciato “quattro deroghe in lista” per inserire gli impresentabili). E’ questo, in estrema sintesi, il “nuovo che avanza” caldeggiato da Monti.

 



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Ultima modifica venerdì, 4 gennaio 2013 09:40

 

di Marco Gorra

Gianfranco Fini non chiederà ospitalità a Pier Ferdinando Casini. Sulla scheda per Montecitorio delle prossime elezioni il simbolo di Futuro e libertà ci sarà, quasi sicuramente col presidente della Camera capolista ovunque. Confermata anche – come però era scontato – la confluenza dei candidati finiani nel listone unico dei montiani per il Senato. Intorno alla decisione c’era attesa dopo che nei giorni scorsi era iniziata a girare la voce secondo cui, spinto dai sondaggi disastrosi, Fini avesse meditato di non lanciare il proprio partito verso la sconfitta risolvendosi a chiedere qualche posto all’ombra dello scudo crociato di Casini. Un acconto di trattativa, raccontano, ci sarebbe anche stato ma da una parte la lesina di Pier (il leader Udc si sarebbe detto disponibile ad imbarcare il solo Fini) e dall’altra la rassicurante prospettiva offerta dal meccanismo di ripescaggio del Porcellum (che qualora la coalizione prenda almeno l’8% assegna seggi anche alla prima delle liste rimaste sotto la soglia di sbarramento del 2%) hanno indotto il presidente della Camera a fare il grande passo.

Presentando il proprio simbolo Fini conta anche di avere mani libere quanto a compilazione delle liste. Dove, come da Fli ci si premura di far trapelare sulle agenzie, ci sarà sì da usare «la massima rigidità» in ossequio «caratteri di candidabilità e novità introdotti dallo stesso Monti», ma sulle quali l’ufficio di presidenza «ha dato mandato pieno al presidente Gianfranco Fini, in base a quanto previsto dallo statuto del partito, di provvedere alla composizione delle liste». Il significato è chiarissimo: Fini – ricalcando quanto fatto da Casini pochi giorni or sono – non è intenzionato a pagare tributi di sangue alla draconiana selezione all’ingresso di Enrico Bondi: le liste sono mie e l’ultima parola su di esse pure.

 

Leggi l’articolo integrale di Marco Gorra

su Libero in edicola oggi, giovedì 3 gennaio

 

 



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Ultima modifica giovedì, 3 gennaio 2013 09:25

di Gianluigi Paragone

«Non rifaremo la Democrazia Cristiana», si affrettano a precisare Mario Monti, Pier Ferdinando Casini e Luca Montezemolo. In un certo è senso è vero: non rifaranno la Democrazia Cristiana. Di quella non hanno i voti e neppure la prospettiva politica. In tanti affermano che Monti e Casini sono democristiani nel sangue. No, sono soltanto democristi. Lungi da me scrivere l’esegesi di quel partito e di quella stagione, per carità (non ne ho i titoli); resta che la Democrazia Cristiana aveva una idea di società che faceva perno sulla crescita del ceto medio, della borghesia allargata, della piccola impresa, della famiglia e del lavoro come gran motore dei cambiamenti di classe. Se ci fosse riuscita o meno toccherà agli storici giudicarlo, anche se a distanza di due decenni si può affermare che negli anni Settanta quell’idea politica aveva cominciato a produrre i primi risultati concreti, consolidatesi nel decennio successivo. Bene, quella visione di società che la Dc aveva oggi è la preda del montismo sotto le cui insegne capeggia Casini (che in quanto democristo s’è messo in saccoccia Passera, Fini, Montezemolo e tutti coloro che con la scusa della lista unica volevano fargli le scarpe). Ci torneremo.

La crisi degli anni Novanta coincise, per quel partito come per tutto il sistema politico, con il distacco sociale di riferimento, nel senso che la classe dirigente della Dc mancò di agganciarsi alle nuove esigenze del ceto medio; esigenze di sviluppo, di crescita, esigenze di modernità dello Stato. Al Nord chi seppe intercettare i nuovi bisogni dei piccoli imprenditori fu la Lega di Bossi e Berlusconi con Forza Italia. Com’è andata a finire lo sappiamo e ce lo siamo detti mille volte. Torniamo dunque a quell’idea di Democrazia Cristiana e perché il duo Casini-Monti è distante dall’esperienza di allora. Ebbene, lo è perché nelle priorità del governo uscente è totalmente assente lo sviluppo della piccola impresa. Non c’è il sostegno alla famiglia. E l’opzione del lavoro come ascensore sociale manca del tutto. Se Berlusconi ha fallito sulla fiscalità, Monti ha prodotto un danno sociale maggiore perché non solo ha aumentato notevolmente le tasse ma ha puntato le fiches del suo esecutivo sulla roulette finanziaria: sostegno massiccio alle banche, impegni sul fondo salva stati (Esm), pareggio di bilancio (fiscal compact) senza le condizioni. Per non dire delle ultime mosse sulle tariffe e su certi strani provvedimenti che puzzano di favore pro grandi imprenditori amici.

Queste politiche hanno inferto il colpo di grazia al ceto medio, già provato dalla crisi. L’intera azione di governo del professore bocconiano segna la distanza culturale con l’economia reale e appesantisce il divario generazionale nel senso che ha creato disagi tra i pensionati e offende i giovani nel mercato del lavoro come prova la sequela di gaffe della Fornero. Onestamente non si capisce dunque come Casini possa esaltarsi per l’agenda Monti, se non per finalità di mero potere. Perché di visione politica non v’è traccia alcuna.

L’agenda Monti è il nuovo paradigma del centro: dalla Democrazia Cristiana alla Tecnocrazia Cristiana. Di uguale c’è solo la benedizione di una parte di Vaticano, (mi sento di escludere il Pontefice) finalmente libero di ottenere gli stessi favori riservati dai governi berlusconiani senza per questo dover zigzagare tra feste di Arcore, Minetti e altro. Si tratta della stessa parte di Vaticano abituata alle regole della tecnocrazia e della finanza. Un Vaticano attento alla gestione degli immobili e del welfare privato. Sapere di poter contare su un terzo polo complice (complicità culturale, s’intende) fa comodo. Si spiega così l’endorsement dell’Osservatore Romano, l’attivismo di Riccardi e altro.

La Tecnocrazia Cristiana sa di avere in mano la golden share della prossima legislatura, quindi della prossima stagione politica. Sa che tutto ricondurrà (i processi si guidano…) affinché il pallino torni nelle mani di Monti: governo, presidenza della Repubblica, nomine pesanti eccetera. L’entusiasmo elitario cumulato sul professore si somma alla gestione politica di Casini, alla sua abilità di muoversi sullo scacchiere (il primo a farsi mangiare come la più inutile delle pedine è stato Passera, il quale si è dimostrato una volta di più un incapace baciato dalla fortuna): questa combinazione farà grandi danni al Paese. La Tecnocrazia Cristiana farà tornare indietro l’Italia, cancellando quello che di buono seppe fare la Democrazia Cristiana. 



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Ultima modifica domenica, 30 dicembre 2012 02:50

Tutto è pronto. Monti è in campo. Ha fatto il suo primo comizio ieri sera ed ha chiarito bene un punto importante: le liste. Il Prof porterà con sè Enrico Bondi, Mr Spending Review che come un cane da guardia dovrà ringhiare su ogni candidatura poco ortodossa. Insomma Monti è pronto a tagliare fuori indagati, condannati, prescritti, rinviati a giudizio. Monti vuole gente seria. Toccherà a Bondi esaminare il curriculum di ogni candidato. E allora Pier ferdinando Casini già è preoccupato. Lui il suo bottino lo ha in Sicilia e al sud e quindi dovrà prepararle davvero bene le liste per non restare sotto i colpi di Bondi. Casini finge tranquillità ma puntualizza: “I candidati dell’Udc li sceglierà l’Udc, così come Italia Futura e Fli sceglieranno i propri. Noi ci sottoporremo al vaglio di Bondi sulla base dei criteri che saranno stabiliti dal presidente del Consiglio e saremo lieti di farlo. Sono contento che si sia realizzata questa iniziativa e che si stabiliscano dei criteri non solo di carattere giuridico e giudiziario, ma che si ponga anche il tema del rinnovamento, della selezione e del ricambio della classe dirigente”, ha insistito. Insomma le liste le faccio io e Bondi le accetterà. Non è detto. E allora proviamo ad aiutare Casini a capire chi deve già fare fuori per non far ringhiare Bondi. Basta non ripresentare alcuni parlamentari che si è già portato a Montecitorio. 

Cominciati a liberare di questi - Francesco Bosi, indagato per abuso d’ufficio ed Enzo Carra, condannato in via definitiva a 16 mesi per false dichiarazioni ai pm. Bisognerebbe pure tagliare Lorenzo Cesa, il segretario, condannato in primo grado per corruzione aggravata (condanna annullata in appello per vizio di forma). Di sicuro non si può ripresentare Giuseppe Drago, condannato per peculato e abuso d’ufficio, eletto con l’Udc e poi passato al gruppo misto. Stesso discorso per Calogero Mannino, condannato dalla Corte dei Conti per la nomina di Alfredo meocci a dg della Rai. Mannino è stato eletto con l’Udc ed è poi andato nel gruppo misto. Certamente Bondi non apprezzerà la candidatura di Giuseppe Naro, condannato per abuso d’ufficio e condannato per peculato in primo grado, ora prescritto. Poi c’è uno degli ex fedelissimi, Saverio Romano, indagato per corruzione e poi transitato nel Pid.

Sicilia home sweet home - Capito Sicilia. Qui Pierferdy ha il bacino di voti più grande. Qui pesca a piene mani. Alla Sicilia deve tutto. E alle ultime elezioni regionali, dove ha sostenuto Rosario Crocetta, non si è preoccupato di pulire le liste. Lì forse lo spauracchio di Bondi non c’era. E allora ha candidato al consiglio regionale Marco Forzese, indagato nell’inchiesta sulle promozioni facili al comune di Catania, Giuseppe Spata, condannato in primo grado dal Tribunale a un anno di carcere, Nino Dina, vicino a Cuffaro, indagato per concorso esterno a Cosa Nostra. Il suo fascicolo è stato archiviato. Pippo Nicotra, sindaco del comune di Aci Catena poi sciolto per mafia nei primi anni ’90. 

Cuffaro compare di Casini – Inoltre Mario Monti ed Enrico Bondi fingono di non sapere una cosa: Casini è l’uomo che ha sostenuto con tutte le sue forze l’ex governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, condannato a sette anni di carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Casini e Totò andavano d’amore e d’accordo. Pierferdy lo ha candidato alla presidenza della regione per ben due volte. E nonostante la condanna in primo e secondo grado e gli avvisi di garanzia o i rinvii a giudizio, Casini non ha mai mollato la mano di Cuffaro. E così Totò lo portava capolista nel 2004 alle elezioni europee, e capolista in Sicilia per il Senato nel 2006. Nel 2005 arriva addirittura il premio nel partito. Cuffaro viene nominato vice segretario nazionale dell’Udc. Nel 2008 è ancora candidato al Senato sempre grazie a Casini e all’amico Cesa. Dal 24 febbraio 2009 è membro della Commissione di Vigilanza Rai. Casini ha detto di lui: “E’ un perseguitato politico“. Cosa poteva dire visto che Cuffaro e i cuffariani erano e sono in pratica il bottino elettorale dell’Udc. Il Professore questo deve saperlo. Lui, Casini, si ripropone con un nuovo look come se quel Pierferdy che sosteneva tutti i nomi sopra elencati e quello di Cuffaro non fosse lo stesso che oggi come un angelo sta alla corte di Monti. Bondi sa quello che deve fare. Ma lo farà? 

 

 

 

 

 

 



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Ultima modifica sabato, 29 dicembre 2012 08:44

 

Da sempre partito del voto clientelare, dell’opposizione ai tagli della spesa pubblica e di ogni significativa riforma dell’ordinamento costituzionale, da ieri l’Udc è il primo sponsor della candidatura a premier di Mario Monti. Chi sicuramente vedrà una contraddizione in quel matrimonio tra ciò che va dicendo da sempre il Prof e le scelte fatte da Pier Ferdinando Casini è sicuramente Silvio Berlusconi. Certo l’ex premier usa talvolta toni da bar, quando dice che Casini (e Fini) è una persona “orrenda” la “peggior persona che abbia conosciuto”. Ed esagera sicuramente quando dice che lui le riforme (giustizia, numero dei parlamentari, province solo per citarne alcune) non le ha potute fare per l’opposizione o il lavoro di logoramente di quelli che definisce “partitini” (Udc in primis). Ma il succo del discorso del Cavaliere ci sta tutto.

L’Udc è tradizionalmente un partito a trazione prevalentemente meridionale, erede di quella Democrazia cristiana che ha fatto per decenni del voto clientelare il fondamento del suo successo. E in questa propsettiva si è storicamente opposto ai tentativi di ridurre i costi della politica o di riformare settori delle istituzioni o delle attività produttive. Quanto alla coerenza, lo stesso Casini dovrebbe fare mea culpa: lui che, da separato dalla moglie, si è spacciato per anni per campione della famiglia, strizzando così l’occhio alla Chiesa con cui ha sempre giocato di sponda grazie anche all’esedità democristiana.

Considerando solo quanto si è visto nell’ultima fase del governo tecnico, del quale Casini e i suoi (a parole) si sono sempre spacciati come fan del Prof, il partito di Pierferdy ha votato (insieme a Pd e PdL) la proroga di 5 anni alle concessioni balneari, contro il parere del governo. E si è espresso ufficialmente contro la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali. Due esempi del modus operandi standard di un partito sempre pronto a seguire qualunque corporazione che assicuri qualche voto in più. 

Dal punto di vista delle riforme istituzionali, l’Udc è stato tra i responsabili dell’introduzione del porcellum e sogna sempre un sistema proporzionale che gli permetta di partecipare a governi di destra o sinistra senza doversi sottoporre al giudizio degli elettori. Bene, cosa è cambiato da allora e cosa è successo in questo ultimo anno? È successo che l’Udc ha continuato nel perseguimento del disegno allora iniziato, ossia nel tentativo di far tornare il proporzionalismo da prima repubblica.

Ora, da parte non solo di Berlusconi, pare legiittimo chiedersi cosa abbiano a che fare Casini e i suoi (gente che in molti casi sta in politica da decenni e ne ha fatto una vera e propria professione) con un Monti che si proclama “riformatore”, liberale” e non professionista della politica. E, pure, è legittimo chiedersi come possa pensare il Prof di essere credibile con compagni di viaggio del genere.

 


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Ultima modifica sabato, 29 dicembre 2012 02:43

Dopo un incontro durato quattro ore, in “località segreta”, e dopo l’annuncio – ovviamente – arrivato via Twitter, di una conferenza stampa, ha preso parola il “candidato” Mario Monti. Ecco il passo definitivo. Mai come questa volta, l’intervento del Professore ha assunto i connotati di una vera e propria discesa in campo: contro Silvio Berlusconi e contro Pier Luigi Bersani, anche se il Prof si affanna a ripetere che lui non gareggia “contro nessuno”. Dopo un lungo preambolo la cui sostanza è semplice – ossia “senza di me sarà il diluvio” – il Senatore a vita è passato alla “ciccia” politica. Di fatto ha confermato le indiscrezioni degli ultimi giorni (listone unico al Senato per aggirare lo sbarramento, diverse liste alla Camera) e ha lasciato intendere chi sarà la bussola politica della coalizione che si raccoglierà in devota ammirazione attorno alla cosiddetta “agenda Monti”: il pluricitato Pier Ferdinando Casini.

L’ode a Casini – “E’ stato deciso che al Senato, dove anche per ragioni tecniche questo è consigliabile, ci sarà una lista unica provvisoriamente denominata Agenda Monti per l’Italia. Anche per la Camera – ha spiegato Monti – i partecipanti alla riunione mi hanno offerto la loro disponibilità ad accettare una lista unica, ma io ho pensato che proprio rifiutando il personalismo nella politica e rispettando le diverse identità, le diverse storie, fosse più opportuno avere una lista dell’Udc, per esempio e in particolare, cioè di una forza politica che ha visto per prima i limiti del bipolarismo combattivo e che è stata ancora più delle altre un sostegno permanente all’attività del nostro governo. 

“Capo coalizione” – “Così – ha proseguito Monti – ci sarà quella lista, ci sarà una lista civica e non so se ce ne saranno altre, e ci sarà una coalizione di queste liste. Io vigilerò sull’osservanza di certi criteri nella formazione delle liste. Saranno stabiliti standard e criteri esigenti e accetterò di incoraggiare questo sforzo congiunto della politica responsabile e della società civile nelle forme che saranno definite accettando immagino di essere designato come capo della coalizione, e comunque dando il mio impegno per il successo di questa operazione”. Il Professore ha poi candidato che, in quanto Senatore a vita, non sarà candidato, ma accetterà il ruolo di capo coalizione e l’eventuale investitura a premier.  

Chi c’era al summit – Il Professore ha poi snocciolato i nomi dei presenti alla riunione, e anche su questo fronte poche sorprese. Si evince, anche in questo caso, il ruolo preponderante di Casini, il primo e “in particolare” ad essere citato. Poi Monti ha riferito che erano presenti Della Vedola, Lanzillotta, Nicola Rossi, ed “esponenti  politici non del centro che hanno ritenuto interessante aderire a questa nuova idea e formazione, ad esempio il senatore Pietro Ichino e l’onorevole Mario Mauro, rispettivamente finora domiciliati nel Pd e nel Pdl”. Mancava però Montezemolo, “perché all’estero, ma c’erano i due principali responsabili di Italia Futura, Calenda e Romano, erano presenti altre personalità della vita civile o dell’amministrazione locale, Dellai della provincia di Trento, Andrea Olivero fino a pochi giorni fa presidente delle Acli”.

“Presto altre adesioni” – Nelle battute iniziali della conferenza stampa, Monti ha annunciato che “altre adesioni alla mia agenda stanno pervenendo in queste ore. Ho riscontrato consenso ampio e convito, credibile, che mi induce a dare il mio incoraggiamento a tali forze in vista delle elezioni”. Oggi così vicino a Casini, Monti ne assume anche – in toto – i connotati democristiani: “La mia non è un’iniziativa contro questo o contro quello, contro la sinistra o contro la destra, è un’iniziativa per prolungare nel tempo, intensificare nel passo ed estendere negli obiettivi quella modalità di governo che ha consentito nell’ultimo anno di affrontare la grave emergenza finanziaria”. Secondo Monti, che torna ad intestarsi il merito di aver salvato l’Italia dal precipizio, “resta moltissimo da fare. Riteniamo che per fare questo l’Italia debba avere un’evoluzione nella propria politica. L’asse tradizionale che consiste nella destra e nella sinistra ha un valore storico, simbolico, sostanziale per alcune questioni come la distribuzione di reddito e ricchezza, ma non mette in evidenza a nostro giudizio il vero asse che serve oggi all’Italia, quello che punta all’Europa e alle riforme”.

 

“Mai pensato a un partito” – Monti spiega poi di non aver mai pensato di creare un partito. “Esiste il mio desiderio di favorire il dibattito politico facendo in modo che le forze politiche si schierino sulle idee. C’è questa prima, positiva, e importante risposta di schieramento sulle idee. Il riferimento all’agenda Monti può essere mobilitante. Non ho mai pensato di creare un partito. Ci sono state troppe cose affrettate e strumentali nella vita politica italiana, incentrate su singole personalità”. E Gianfranco Fini? Sul presidente della Camera soltanto una breve battuta, innescata dalla domanda di un giornalista: ma ci sarà anche lui? Concisa la risposta: “Fli è un’altra forza che ha notevolmente sposato il lavoro fatto negli ultimi 12 mesi”.

 



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Ultima modifica venerdì, 28 dicembre 2012 08:36