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Di sicuro è amareggiato. Silvio Berlusconi non lo nasconde e spiega: “La cacciata di Cosentino? Mi è stata imposta dalle toghe politicizzate“. Tutto vero. Ma il Cavaliere aveva un piano, e lo ha portato a compimento alla perfezione. Il balletto sul nome di Nick – che, ombre giudiziarie a parte, è un vero serbatoio di voti in Campania – è durato fino all’ultimo secondo. Una mossa astuta, che non ha permesso all’ex sottosegretario di non organizzarsi per tempo per potersi presentare con un’eventuale lista autonoma. Cosentino, da par suo, oggi ha giurato fedeltà al Cavaliere, ha compreso le ragioni di opportunità che ne hanno imposto l’esclusione dalle liste, ma si è tolto i suoi sassolini dalla scarpa. La bordata contro Alfano – “un perdente di successo” – ha fatto molto rumore.

I sondaggi – Ma tant’è. Anche Berlusconi, come predicava Renzi e come ha fatto Pier Luigi Bersani in Sicilia (ma solo dopo aver capito che l’Isola è persa), si è instradato sulla via del rinnovamento. L’ordine è rottamare. Il motivo? I voti. La “cacciata” di Cosentino è piaciuta molto all’elettorato del Pdl. E i sondaggi premiano l’approccio del Cavaliere. Uno, in particolare, fa sorridere gli azzurri. E’ quello della fidatissima sondaggista Alessandra Ghisleri, secondo il quale l’esclusione di Nick dalle liste del Pdl vale tra l’1% e il 2 per cento. In soldoni, la mossa avvicinerebbe ulteriormente la coalizione di centrodestra a quella di centrosinistra: il distacco fluttua tra gli 8 e i 5 punti percentuali.

 



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Ultima modifica martedì, 22 gennaio 2013 09:00

 

di Enrico Paoli

Sino al nove di febbraio, da quella data scatta il divieto di pubblicazione e diffusione dei sondaggi, il risiko delle Regioni avrà la meglio sul valzer delle opinioni. Quelle in bilico, fondamentali per l’attribuzione del premio di maggioranza a Palazzo Madama, sono almeno cinque. Campania, Puglia, Lombardia Veneto e Sicilia. Ed è proprio questo quadro  d’incertezza che rischia di trasformare queste elezioni politiche in una sorta di referendum regionale. 

Perché se alla Camera la partita sembra essere definita, almeno sulla carta visto che molti commentatori sono poco inclini a dare per scontata la vittoria del centrosinistra, al Senato regna l’indefinito.  Ed è un indefinito che rischia di mettere alle corde il leader del centro sinistra, Pier Luigi Bersani, costringendolo a scendere a patti con il premier uscente Mario Monti. Insomma,  una vittoria di Pirro, anche se il il Tg3 di Bianca  Berlinguer prova a confutare i dati dell’istituto Ispo, pubblicati ieri dal Corriere della Sera che davano il centrosinistra in difficoltà ovunque, con quelli dell’Ipr Marketing  che realizza il sondaggio settimanale per la testata della Rai. Secondo il Tg3, infatti, nelle cinque regioni in bilico la sinistra sarebbe in leggero vantaggio  in Lombardia, Puglia, Campania e Sicilia.  

In Lombardia, ad esempio, dove sono in palio 49 seggi (27 destinati allo schieramento che ottiene anche un solo voto in più di tutte le altre aggregazioni e 22 ai partiti di opposizione) il centrosinistra viene stimato avanti rispetto al centrosinistra solo dall’istituto Ipr Marketing. Lorien Consulting indica per la Lombardia una situazione di sostanziale pareggio: 31,5% sia per le liste a sostegno di Bersani che per il centrodestra. Per il resto Pdl e Lega sono in vantaggio.  Margine che scende a 0,2 punti per Euromedia Research di Alessandra Ghisleri. Ispo Ricerche, invece,  quantifica il vantaggio del Pdl in 2,2 punti. La coalizione centrista di Mario Monti, secondo gli stessi sondaggi si muove dall’11%  al 14,9%, mentre il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo oscilla su dati più bassi, spostandosi dal 9,8% al 13,5%.

Difficoltà per il centrosinistra anche in Veneto, dove sono in palio 24 seggi del Senato (14 da assegnare alla maggioranza e 10 ai partiti sconfitti). Scenari Politici stima un vantaggio di Berlusconi su Bersani di 2 punti (il 30% contro il 28. Ipr marketing indica un margine di 8 punti (41 a 33%). Euromedia segnala un gap di addirittura 16,1 punti. L’Ispo di Renato Mannheimerr  assegna al Pdl e ai suoi alleati un +3,9 (salendo  al 33,9% dal 30%). Dati postitivi per il Pd arrivano solo dalla rilevazione di Lorien, che indica un vantaggio per Bersani di 10,5 punti (35 a 24,5%). Per quanto concerne la Sicilia (25 seggi complessivi, 14 alla maggioranza), 4 sondaggisti su 5 descrivono una situazione di vantaggio per la coalizione di Berlusconi.  Monti fa registrare sempre un livello di consenso superiore alla media nazionale, oscillando tra il 14,7 (Euromedia) e il 20% (Scenari).

E poi ci sono la Campania e la Puglia, le uniche due regioni dalle quali arrivano buone notizie per il Pd. In Campania (29 seggi in palio, 16 ai vincenti) il margine sul centrodestra non scende mai al di sotto dei due punti percentuali (dati Ipsos). In Puglia il vantaggio del centro sinistra (dove sono in gioco 20 seggi, 11 alla prima coalizione) viene quantificato fra 5 e 3,8 punti percentuali. 

Per quanto riguarda la Camera i dati elaborati dai  vari sondaggisti si vanno sostanzialmente cristallizzando,  con il Pd nettamente in testa sul Pdl. Per il Tg de La7 diretto da Enrico Mentana il centrosinistra è al 37.1%, mentre il  centrodestra è fermo al 28%.  SkyTg24, infine, assegna al centrosinistra il 35,8% del consensi, mentre il centrodestra è al 26,5% e la Lista Monti al 14%.

 



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Ultima modifica martedì, 22 gennaio 2013 05:56

Davanti alle telecamere di Sky, nella serata di lunedì 21 gennaio, c’era Pier Luigi Bersani. Intervistato da Ilaria D’Amico, lancia la sua sfida a Silvio Berlusconi: “Entriamo in par condicio, si parte tutti alla pari al di là dei sondaggi. Quindi si faccia un confronto con tutti i candidati. Berlusconi o Alfano? Vengano tutti e due…”. Il segretario del Pd insiste sul fatto che il candidato premier non è il Cavaliere, e “convoca” i due “pezzi da 90″ del Pdl, aprendo comunque al dibattito televisivo. 

L’attacco a Silvio – Poi gli insulti a Berlusconi, definito “il capitano che ha portato la nave sugli scogli”. La D’Amico suggerisce: “Come Schettino?”. E Bersani: “Lo ha detto lei”. In precedenza, Bersani aveva definito il Cavaliere un “mago, guarda come gli scono cresciuti i capelli” e “una personalità negativa, ma una personalità in grado di riproporsi con forza e combattività”. Sempre su Berlusconi, il leader dei democrat afferma che “di suoi elettori ne conosco. Sono brava gente, poi Berlusconi ha usato certe parole d’ordine che vengono da lontano, come l’abbassamento delle regole sulle tasse, e il tema delle regole non è popolarissimo. Ecco che ha raccolto gli interessi anche di gente non a posto come quella che conosco io”.

Affondo contro Ingroia – Nell’intervista c’è poi spazio per un nuovo attacco ad Antonio Ingroia, che con la sua Rivoluzione Civile rischia di condannare alla sconfitta il Pd quantomeno al Senato. “Che sinistra è quella che rischia di far vincere la destra – chiede provocatorio Bersani -? Questo è il punto. I voti – ha aggiunto – sono tutti utili, per segnalare un’adesione, per una protesta, ma se si cerca un voto utile per battere la destra e vincere c’è soltanto il centrosinistra. E’ questione di gusti, ma per battere la destra il voto utile è per noi. Vince chi arriva primo”. Infine una battuta sui sondaggi, di cui l’uomo che viene da Bettola non vuole parlare troppo. Il motivo? Lo terrorizzano. “Il dottore consiglia di non misurare la pressione tutti i giorni – Bersani snocciola la consueta metafora -. Quello che conte è la tendenza di fondo. Il Pd è in flessione nei sondaggi rispetto a qualche settimana fa? Allora eravamo solo in campo, ora c’è un’altra offerta politica. Ma da parte nostra c’è assoluta serenità su questo confronto”.



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Ultima modifica lunedì, 21 gennaio 2013 11:50

“Io sono capolista alla Camera in tutte le circoscrizioni, compresa la Sicilia”. Così Antonio Ingroia ha annunciato la sua discesa in campo. Il leader di Rivoluzione Civile, per inciso, è candidato anche in Sicilia, ma in quella circoscrizione non è eleggibile (e su questo ha avuto un duro scontro con Alessandro Sallusti). Ingroia scende in campo, ma soprattutto condanna il Pd di Pier Luigi Bersani alla sconfitta: “No ai patti sottobanco, ai giochini che hanno ucciso la credibilità della politica nella prima e nella seconda Repubblica”. Un chiaro affondo contro i democrat. “Per quanto abbia preso in considerazione la possibilità di una desistenza con il Pd – ha aggiunto la toga politica – escludo ogni patto con chi, come loro, ha sostenuto il governo Monti e porta sulle spalle questa responsabilità”. Chiarissimo il messaggio di Ingroia a Bersani: si candida per farlo perdere.   

“Ci hanno proposto un patto” – Il leader di Rivoluzione Civile si dilunga sull’inciucio tentato dal Pd: “Una proposta per la desistenza al Senato, dal leader del centrosinistra, non l’ho mai ricevuta. Abbiamo ricevuto proposte dietro le quinte, attraverso interlocutori seppur autorevoli”. Bersani non ci ha provato in prima persona, ma la sinistra l’inciucio col magistrato lo ha cercato, eccome. “Così – continua Ingroia – mentre aspettavo di vedere Bersani ho saputo che incontrava Monti e non si è degnato nemmeno di una risposta alle richieste di incontro” sollecitate dopo il rientro del magistrato dal Guatemala, e anche più recentemente. Ma il “no” alla desistenza e la porta sbattuta in faccia a Bersani arrivano anche per questioni di merito, per esempio la patrimoniale proposta da Rivoluzione Civile e (almeno in apparenza) rifiutata da Bersani: “Il leader del Pd dice no alla patrimoniale – spiega Ingroia -, quindi ognuno per la sua strada”. E se ancora non fosse chiaro, il pm ripete: “Da questo momento Rivoluzione Civile chiude la parola al Pd. Ci rivediamo in Parlamento”.

Le reazioni nel Pd – Una replica diretta al leader di Rivoluzione Civile è arrivata da Dario Franceschini, che su twitter ha scritto: “Ingroia apre la porta alla destra. Dice di chiuderla a noi, ma con il Porcellum ogni voto sottratto al Pd è un voto regalato a Berlusconi e alla Lega”. Il segretario Bersani, al contrario, replica indirettamente e continua nei suoi appelli al voto utile: “I voti – ha spiegato da Milano – sono tutti utili, solo che alcuni lo sono per una testimonianza, altri per segnalare una protesta, o un’adesione a qualcosa. Poi ci sono quelli utili per battere la destra e per vincere”.



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Ultima modifica sabato, 19 gennaio 2013 02:38

Pronti, si parte. Sul famigerato redditometro, il termometro della situazione fiscale dei contribuenti che sta incendiando la campagna elettorale (da una partwe Silvio Berlusconi dice che “spaventa i contribuenti dall’altra Pier Luigi Bersani sostiene che non “è risolutivo contro l’evasione) l’Agenzia delle Entrate oggi, mercoldì 16 gennaio, diffonderà altre spiegazioni. Il premier dimissionario Mario Monti inconterà il direttore delle Agenzie delel Entrate Attilio Befera, il Corriere della Sera ha anticipato alcune considerazioni. Non sarà una campagna a tappeto, su 40 milioni di contribuenti i controlli saranno circa 70mila. Non saranno presi di mira beni simboli come il Suv o le imbarcazioni di lusso. 

La procedura L’obiettivo del Fisco è quello di far emergere i redditi non dichiarati: solo se il reddityo complessivo supererà del 20 per cento quello dichiarato, scatterà la richiesta di chiarimenti, verranno cioè chieste al contribuente delle spiegazioni. Diventa quundi fondamentale conservare gli scontrini. Il Fisco prenderà in considerazione acquisti e investimenti effettuati dai contribuenti e li metterà a confronto con i redditi dichiarati a partire da quelli del 2009 che sono stati dichiarati nel 2010. Se le spiegazioni fornite dal contribuente non saranno ritenute esaustive, scatterà l’accertamento fiscale e la “vittima” dovrà cominciare a pagare il 30% della maggiore somma dovuta al fisco.  

 

Redditi esenti Ci sono dei redditi legalmente esclusi dalla base imponibile che permettono al contribuente di spiegare al Fisco la disponibiità di un maggiore reddito rispetto a quello dichiarato. Per i redditi di lavoro dipendente la somme ricevute a titolo di Tfr o di arretrati riferiti ad anni precedenti non vengono dichiarati nella dicharazione dei redditi, perciò in caso di richiesta di spiegazione è bene ricordarsene. Lo stesso vale per altri redditi esenti come le borse di studio, i compensi non superiori a 7500 derivanti da attvità sportive dilettantistiche, le pensioni,le penesioni sociali, le rendite Inail, l’assegno di maternità prevista dalla legge per la donna non lavoratrice. 



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Ultima modifica mercoledì, 16 gennaio 2013 11:11

Una bomba che rivela tutta la bassezza e la paura del Partito Democratico. Paura di perdere – ancora -, ovviamente. E la bomba la sgancia il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando: “Dario Franceschini mi ha contattato questa mattina a nome del Pd e mi ha proposto un accordo di desistenza, cioè mi ha chiesto di non presentare le nostre liste in regioni chiave quali la Sicilia, la Campania e la Lombardia – ha spiegato -. Credo siano molto preoccupato per la continua crescita della nostra Rivoluzione civile”.

Regioni in bilico – Il movimento di Ingroia, secondo i sondaggisti, è accreditato di un risultato tra il 3 e il 6 per cento. Numeri fondamentali per Pier Luigi Bersani e compagni, terrorizzati dalla sempre più probabile ipotesi di un pareggio al Senato: il Pdl, infatti, sarebbe avanti in Lombardia di 4 punti, e senza la Regione del Nord avere la maggioranza a Palazzo Madama è impresa pressochè impossibile. Quindi il Pd ha provato a giocare sporco, chiedendo a Ingroia di non presentarsi nelle regioni più importanti e ballerine, nella speranza che i voti per il pm prezzemolino, in automatico, finissero a Bersani.

La smentita di Franceschini – Da par suo, il capogruppo alla Camera dei democrat, Dario Franceschini, ha negato: “Nessuna proposta di patto e nessuna desistenza. Le cose che ho detto a Orlando sono le stesse che ho detto pubblicamente in due interviste questa mattina. Mi pare fin troppo evidente come non vi sia alcun spazio per una qualsiasi forma di accordo politico con la Lista Ingroia, anche per rispetto delle legittime ma profondamente diverse posizioni politiche tra noi e loro”. Quindi la mezza ammissione: “Ho fatto una semplice constatazione aritmetica più che politica per come è fatta la legge elettorale al Senato, nelle regioni in bilico, come Lombardia, Sicilia e Campania, la presenza della Lista Ingroia rischia di far vincere la destra, rendendo il Senato ingovernabile. Tutto qui. Nessuna proposta di patto o desistenze”, garantisce Franceschini.



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Ultima modifica lunedì, 14 gennaio 2013 07:51

Galvanizzato, risorto, forte, temibile. Silvio Berlusconi, dopo il duello tv con Michele Santoro in cui ha stracciato il giornalista, alza la posta. E chiama il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, l’uomo che secondo tutti i sondaggi vincerà alle prossime elezionim, ma che ora comincia a tremare: “Il nostro avversario da battere è quello del Pd. Sarei felice di confrontarmi con Bersani”, ha spiegato il Cavaliere, sornione, in un’intervista a Studio Aperto. Berlusconi lo vuole, vuole il confronto con il leader della sinistra. Vuole mangiarsi anche lui.

La fuga di Pier Luigi – E Bersani che fa? Semplice: scappa. Nemmeno il coraggio di rispondere in prima persona. La posizione del leader viene spiegata dai vertici del Pd: “Bersani è candidato premier del centrosinistra, Berlusconi è il candidato del centrodestra? Lui o Maroni ce lo facciano sapere” perché “non è Berlusconi a decidere con chi fare i confronti – hanno aggiunto le medesime fonti -, e comunque Bersani farà il confronto tv soltanto con i candidati premier”. E poiché Berlusconi ha ventilato l’ipotesi che la premiership possa essere affidata ad Angelino Alfano (con lui ministro dell’Economia) ecco che la sinistra ha già trovato il modo di accampare la prima scusa per sfuggire al confronto col Cavaliere.



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Ultima modifica sabato, 12 gennaio 2013 04:41

di Tommaso Montesano

Mario Monti da una parte prende Pier Luigi Bersani di petto: «Tagliare le ali è una brutta espressione, ma se le ali sono le estreme è una buona cosa. Spero che Bersani convinca ma non vinca…». Dall’altra continua a lanciargli segnali. Come quello di non vederci niente di male, proprio come proposto dal leader del Pd, nell’introdurre una tassa patrimoniale: «Non è un discorso che debba essere evitato come il diavolo». Il Professore è scatenato. Intervistato su Raiuno nello studio di «Uno mattina» – «se lo fa lui va bene. Se lo faccio io è scandalo», attacca Silvio Berlusconi seguito dal Pdl -, prima annuncia il nome della sua lista al Senato, «qualcosa tipo “con Monti per l’Italia”», poi, dopo aver risposto allo stesso Cavaliere che lo aveva accusato di non essere più credibile («ha mostrato una certa volatilità di giudizio sulle vicende umane e politiche negli ultimi tempi»), inizia il suo dialogo a distanza con il segretario del Partito democratico. 

Tassatore per forza – Il primo messaggio è un consiglio. A Bersani, il premier chiede «un atto coraggioso, silenziare un po’ la parte conservatrice del suo movimento». Ovvero «da una parte coloro che sono nel blocco più tradizionale della sinistra, Cgil e Fiom, dal punto di vista sindacale». Dall’altra Nichi «Vendola, il Sel e l’onorevole Fassina dal punto di vista politico». Il riferimento, a parte lo sfondone di chiamare onorevole chi deputato non è, è al responsabile economia e lavoro del Pd, fedelissimo di Bersani più volte critico nei confronti dell’agenda Monti. Il senso della sortita è chiaro: spingere il segretario, che in caso di vittoria mutilata (a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama) potrebbe essere costretto a rivolgersi ai centristi guidati dall’attuale premier per puntellare la maggioranza, a liberarsi dei compagni di viaggio più scomodi. Sottinteso: così sarebbe più facile trovare un accordo dopo il voto. «Quando Monti dice a Bersani di sfilare Fassina, di sfilare me e la Cgil, dice che è disponibile ad assumerlo tra gli inservienti», commenta duro Vendola. 

Stessa lingua – Fatto sta che Monti, sul fisco, conferma di parlare la stessa lingua di Bersani. «È chiaro che la prospettiva deve essere quella della riduzione graduale dell’imposizione, a partire da quella che grava sul lavoro», premette il Professore. Ma non bisogna essere «prestigiatori in materia fiscale». Come chi, e l’allusione è a Berlusconi, promette «riduzioni che poi non possono essere mantenute». Insomma, scandisce sorridendo, prima bisogna che ci sia «una base di sostenibilità». Catturare «la buona fede del cittadino a base di slogan su chi è per la patrimoniale e chi non è per la patrimoniale», infatti, è un’operazione di «bassa lega». Anche perché lui, che del resto ammette di essere stato un «tassatore non cortese per la situazione di crisi», la patrimoniale non la disdegna affatto: «Ho una forte convinzione che il sistema fiscale debba avere un’azione di distribuzione. Obama ha ragione: molto meglio che l’attività di redistribuzione avvenga attraverso il fisco che non interferendo con la funzione di mercato». 

Il Pier Luigi piccato - Musica per le orecchie di Bersani. Proprio come pagina 18 dell’agenda Monti, quando il Professore inserisce tra le sue priorità quella di «creare un reddito di sostentamento minimo» per tutti. Punto, per inciso, destinato a piacere parecchio anche allo stesso Vendola. Fatto sta che proprio in nome del fisco dal volto umano Monti chiede di restare a Palazzo Chigi: «Se c’è un motivo per cui mi farebbe piacere un Monti-due è che si vedrebbe che non c’è la cattiveria del tassatore nel mio volto». Bersani non ci sta. E prima ironizza sulle critiche di Monti: «Tutti i difetti del Pd si scoprono oggi? Per un lungo anno non si sono visti?». Poi risponde a brutto muso: «Ribadisco il rispetto, ma chiedo rispetto per tutto il Pd. Noi siamo un partito liberale che non chiuderà mai la bocca a nessuno». Il resto della giornata, Monti lo trascorre in colloqui con gli alleati (prima il movimento Verso la Terza repubblica, poi Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini) finalizzati a sbrogliare la matasse delle liste da presentare alla Camera. Il Professore, improvvisamente preoccupato dall’ipotesi di uno «spezzatino» a Montecitorio, non avrebbe ancora escluso l’ipotesi di presentare una lista unica anche alla Camera. 

 



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Ultima modifica venerdì, 4 gennaio 2013 11:04

di Maurizio Belpietro

Chi vota Mario Monti vota Bersani. Un Bersani annacquato, che potrebbe essere addolcito dall’alleanza con il centro del Professore, ma pur sempre un Bersani alla guida del più grande partito italiano della sinistra. E di quale sinistra si tratti lo si è visto pochi giorni fa, con le Parlamentarie che hanno premiato i candidati più radicali, non certo l’area liberal che fa capo a Matteo Renzi. Dalle consultazioni sono usciti vincenti Stefano Fassina e Cesare Damiano, esponenti dell’ala più vicina alla Cgil, senza contare i personaggi meno noti ma più duri scelti dagli iscritti. Se poi si aggiunge il principale alleato del segretario del Pd, ossia il governatore della Puglia Nichi Vendola, si capisce a che razza di governo l’attuale presidente del Consiglio  auspica di fare da stampella.

E che Monti, nella migliore delle ipotesi, sia destinato a diventare il sostegno di Bersani è certo. Nessuno con un grammo di cervello è infatti disposto a scommettere un euro sul successo del premier alle prossime elezioni. Bene che gli vada potrebbe arrivare secondo, ma sulla base delle rilevazioni di questi giorni è assai più probabile che si piazzi terzo, dietro il Cavaliere. Nel quale caso il Professore avrà ottenuto di raggiungere un risultato: regalare Palazzo Chigi a Pier Luigi Bersani. Conquistare il 10 o il 15 per cento alle liste che fanno capo a Monti non servirebbe assolutamente a nulla, se non a far vincere la sinistra, dividendo il fronte del centrodestra. Ottenere il consenso di un decimo dell’elettorato produrrebbe infatti l’effetto di non rendere in alcun modo condizionabile il centrosinistra, consentendo l’autosufficienza del governo Bersani-Vendola.

Come abbiamo più volte spiegato, se esiste ad oggi una possibilità di fermare l’avanzata della sinistra verso la stanza dei bottoni, questa passa per la vittoria del centrodestra in Lombardia e nel Veneto. Spuntarla in alcune regioni chiave impedirebbe al Pd e ai suoi alleati di avere una solida maggioranza al Senato, costringendo dunque Bersani e i suoi a scendere a patti. Sarebbe così fermata l’avanzata di un programma economico tipo quello messo in campo da François Hollande in Francia, fatto di tasse e di provvedimenti punitivi nei confronti del ceto medio. Per capire che cosa sarebbe un governo di Pd più Sel è sufficiente leggere il piano presentato da Nichi Vendola per le primarie: patrimoniale, limitazione del contante a 300 euro, aumento di un punto d’imposta sui redditi men che minimi. A chi  chiede come potrebbe sostenere una maggioranza con all’interno Nichi Vendola, il presidente del Consiglio fa capire che il voto alla sua lista servirebbe proprio a scongiurare tutto ciò e cioè a sterilizzare il peso della sinistra più radicale. Ma così non è: essendo in coalizione con il Partito democratico, Sinistra e libertà non otterrebbe i seggi derivanti dal sei per cento di cui è accreditata, ma grazie al premio di maggioranza ne avrebbe molti di più. 

Al contrario la lista Monti, sempre per effetto dei meccanismi della legge elettorale, incasserebbe molto meno del 10 per cento che le viene attribuito nei sondaggi. In pratica, Vendola non è sostituibile con il premier e dunque il Professore, facendo la stampella, sarebbe costretto a una convivenza a tre, con Bersani e pure con il governatore della Puglia. Ve lo immaginate il disastro? Un esecutivo moderato che ha al proprio interno la sinistra estrema? Quanto potrebbe durare? E soprattutto, ammesso e non concesso che possa resistere, che cosa potrebbe fare? Vendola vuole smontare la riforma delle pensioni e Monti che fa: smonta la legge che lui ha voluto e che gli ha fatto conquistare un po’ di stima in Europa? E magari butta nel cestino pure quella sul mercato del lavoro, ripristinando l’articolo 18?

Se la si osserva con freddezza, si capisce dunque che la scelta di Monti, da qualsiasi parte la si prenda, è frutto di un errore di calcolo. Il Professore, salendo in politica, ha fatto male i suoi conti. Ritenendo di essere determinante, di poter condizionare Bersani, si è candidato alla guida di Palazzo Chigi con il proposito di applicare la sua agenda. Ma, bene che vada, il premier si troverà a offrire una ciambella di salvataggio al segretario del Pd, assicurandogli i numeri che potrebbero mancargli a Palazzo Madama, ma senza avere un vero potere di condizionamento e soprattutto con nessuna possibilità di condurre il Paese in sua vece. Altro che agenda Monti: se insisterà nel suo proposito finirà con il sostenere un esecutivo che metterà in pratica il libretto rosso dei pensieri di Mao.

 

 

 

 



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Ultima modifica venerdì, 4 gennaio 2013 11:05

di Roberta Catania

Forse sarebbe meglio restare in Guatemala. Invece Antonio Ingroia tornerà da quell’esilio volontario, ma senza avere nessuno ad accoglierlo. Dopo la richiesta di alleanza fatta a Pier Luigi Bersani (andata a vuoto) e quella rivolta a Beppe Grillo (altro diniego), il  magistrato palermitano ha messo l’orgoglio sotto i piedi ed è tornato alla carica con il leader del Movimento a 5 Stelle. La risposta di Beppe non è ancora arrivata, del resto la nuova proposta di Ingroia è stata affidata a una «lettera dal Guatemala» pubblicata sul Fatto Quotidiano di ieri, ma «il dovere del confronto» su cui faceva leva l’ex pm palermitano nell’appello a una «coalizione tra non professionisti della politica» per adesso è stato ignorato. Insomma la paura di avere fatto il passo più lungo della gamba è tanta e l’ex sostenitore di Massimo Ciancimino vorrebbe trovare qualcuno che lo aiuti a balzare oltre un 4% che adesso  - pallottoliere alla mano – sembra un lontanissimo miraggio. 

Leggi l’articolo integrale di Roberta Catania

su Libero in edicola oggi, giovedì 3 gennaio



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Ultima modifica giovedì, 3 gennaio 2013 09:25